Il piccolo stato erudito alle elezioni

Il Paese che vanta di essere un’avanguardia tecnologica deve fare i conti con il passato.

Alla fine del 2015 vuoi tu essere cittadino e-residente dell’Estonia? Avere accanto al passaporto italiano, o tedesco o americano o australiano, e perfino russo e emiratino, un’identità garantita dal governo di Tallin che certifica i tuoi dati anagrafici e biometrici, una copia virtuale della tua persona che ti permetta di muoverti come cittadino del Web, insomma il tuo doppio (digitale) perfetto? Basterà andare al confine estone o all’aeroporto di Tallin, richiederlo e pagare 64 dollari. E avrai la prima e-identità certificata da uno Stato al mondo.

È questa l’Estonia, ed è l’ultimo progetto di un Paese che, con la sua base piccola di 1,3 milioni di abitanti, si è messo in testa di essere un’avanguardia tecnologica del mondo: le dimensioni di un emirato, le ambizioni di una Singapore baltica, la vocazione di essere un laboratorio per uno Stato “leggero” ed e-governato. Se tutto andrà bene, tra qualche mese le richieste si depositeranno in qualsiasi ambasciata estone al mondo, e tra una decina di anni l’Estonia potrebbe essere una repubblica con 10milioni di e-residenti. Capaci, con questa carta d’identità digitale, di comunicare con le istituzioni Ue, aprire aziende, pagare biglietti di bus, usufruire di servizi di e-commerce o bancari: insomma, di muoversi online come già adesso fa qualsiasi Estone. Non però votare, né avere diritto ai benefit nazionali. Quello resta appannaggio degli Estoni. Che ovviamente possono farlo in modo elettronico dal 2007.

Molto si è parlato, negli ultimi anni, dell’Estonia. Lo storico Niall Ferguson, nelle sue previsioni per il 2015 per il Wall Street Journal, mutuando le categorie dal libro di Veronica Roth, Divergent, ambientato in una post-apocalittica Chicago (abnegazione, ambizione, candore, prepotenza, erudizione), colloca Estonia con Singapore “tra i piccoli Stati Eruditi, che hanno la rara distinzione di un governo intelligente”. L’Estonia voterà il 1° marzo. In ballo non solo la conferma di un governo, ma anche di un modo di intendere l’amministrazione pubblica. E come, vedremo, i rapporti con un vicino ingombrante: la Russia.

Difficile pensare a uno sconvolgimento. Il sistema proporzionale, con uno sbarramento al 5%, ha tagliato le ali estreme lasciando campo libero a solo quattro formazioni. Caso unico in Europa, i due principali partiti della maggioranza e dell’opposizione, Reform (Reformierakond) e il Partito del Centro (Keskerakond), appartengono entrambi ai liberali europei dell’Ald. Le differenze però non sono da poco. Se Reform del premier Taavi Rõivas, molto pro mercato e simile ai liberali tedeschi, ha storicamente fornito l’ossatura della classe dirigente nazionale dei “35enni”, il Partito del Centro del sindaco di Tallin, Edgar Savisaar, è invece collocato più a sinistra; non solo, ma dominato com’è dal suo leader-fondatore, è stato spesso accusato di populismo. Più importante ancora, è votato dal 75% dai non-Estoni, ossia dai Russi. E questa è una parte cruciale della partita.

Nei sondaggi Reform è in testa e può contare su due opzioni di governo: continuare con i socialdemocratici, con i quali governa dal 2014, o tornare alla vecchia coalizione con il blocco popolare di Pro Patria/Res Publica (Irl). Secondo TNS Emor, Reform è accreditato al 32% contro il 23% Centro, il 19% dei socialdemocratici e i 15% dell’Irl. C’è tuttavia l’Istituto Turu-uuringute che, a dicembre, ha pronosticato il soprasso dei centristi di Savisaar, 27% a 26%. Facile immaginare quale impatto possa avere, anche in chiave europea, la vittoria di un partito votato dai Russi. Le tensioni etniche sono latenti, e trasversali. A ottobre, il ministro dell’Economia Jürgen Ligi si è dovuto dimettere perché ha insultato su Facebook il ministro dell’Educazione russofono, definendolo “figlio d’immigranti” e “senza radici”. Le tensioni con Mosca sono notevoli. I cieli estoni hanno subito diverse incursioni dei jet russi, in particolare in ottobre, quando più volte i Mig sono stati scortati fuori dallo spazio aereo dai caccia Nato. Sempre a ottobre, uno degli episodi più inquietanti dalla fine della Guerra fredda. L’agente Eston Kohver è stato prelevato dai Russi a Pskov, accusato di aver varcato illegalmente il confine e di essere una spia. Un vero e proprio rapimento invece per gli Estoni. Un caso mai risolto.

Ma c’è di più. Per quanto protetta dal mantello della Nato, dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Estonia è in prima linea. Visti da Mosca, i baltici sono ancora oggi “Paesi in ostaggio”. Poche infrastrutture, la ferrovia corre da Mosca a San Pietroburgo, e il progetto europeo della Baltic Rail (1.435 miglia contro le 1.520 della tratta russa), è solo a uno stadio embrionale. Le rete elettrica è sincronizzata con quella di Mosca, il gas arriva tutto dalla Russia.

Certo, il peso delle sanzioni e la caduta del prezzo del petrolio sembrano aver reso economicamente insostenibile un’opera di destabilizzazione russa lungo la sua frontiera occidentale, come sembrava solo in autunno. Però è vero anche il contrario. L’Estonia che ha il record mondiale di start-up per abitante, dove è stato codificato Skype, dove i teenager che negli anni Novanta volevano diventare i Leningrad Cowboys adesso si immaginano tutti imprenditori hi-tech; dove il 95% delle persone paga le tasse online (tempo 5 minuti) e lo Stato restituisce i rimborsi in 48 ore; in breve, quest’illuminata democrazia sul Baltico rischia di essere sospinta indietro e dover fare i conti con un passato che aveva (solo apparentemente, si capisce) superato. 

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