Il punto di vista turco

La Turchia vuole far parte del Patto ma ha una serie di questioni da risolvere.

I due trattati commerciali perseguiti da Obama, la Trans-Pacific Partnership (TPP) e il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP) sono progetti di natura economica e strategica. Dal punto di vista Usa, lo scopo di questi trattati è controbilanciare l’ascesa della Cina quale maggiore potenza del XXI secolo sia nel continente asiatico che a livello globale.

Il TIPP è visto come un mezzo per consolidare l’alleanza occidentale e fare da contrappeso alla crescita dell’area economica asiatica. Questo è un importante aspetto del trattato, soprattutto dal punto di vista della Turchia. Ankara è interessata agli eventuali effetti positivi dell’accordo, sulla base delle sue caratteristiche e possibili risvolti. In altre parole, la Turchia non auspica di rimanere fuori da un trattato economico di tale portata che coinvolge gli alleati dell’area atlantica.

Il TTIP è ben più che un accordo economico. In caso di esito positivo dei negoziati, l’intesa tra Usa e Ue, i due giganti dell’economia mondiale, avrà forti implicazioni politiche. Alcuni osservatori hanno definito il TTIP una “Nato dell’economia”. Definizione abbastanza calzante, considerato che il trattato potrebbe assurgere a pilastro centrale della comunità atlantica.

A destare preoccupazione sono le ripercussioni di un’eventuale esclusione della Turchia dal trattato.

Se l’accordo dovesse prevedere unicamente l’eliminazione dei dazi, si stima una flessione delle entrate a lungo termine pari al 0,27%. Nel caso in cui venissero rimosse anche le barriere non-tariffarie, il calo delle entrate si avvicinerebbe al 2,5%. Ma la questione chiave è il ruolo della Turchia nella comunità atlantica. I negoziati sul TTIP si sono avviati in un momento in cui i benefici che la Turchia trae dall’accordo di Unione doganale con l’Ue cominciano ad affievolirsi, come dimostra un recente rapporto stilato dalla Banca mondiale. Sono passati 20 anni dalla firma di quell’accordo, dal quale la Turchia ha sicuramente tratto vantaggi. Vantaggi in parte erosi dal proliferare di trattati di libero scambio tra l’Ue e paesi terzi.

I nuovi trattati commerciali tra l’Ue e paesi terzi non sono stati automaticamente estesi alla Turchia, e Ankara ha dovuto negoziare accordi separati con ognuno di essi. Al momento, paesi in concorrenza diretta con la Turchia nel commercio con l’Ue quali il Messico, il Sudafrica, l’Algeria e soprattutto la Corea del Sud, hanno firmato accordi commerciali con l’Ue, ma non hanno stipulato accordi con la Turchia. D’altro canto, il rapporto della Banca mondiale raccomanda l’estensione dell’unione doganale ai servizi e l’aggiunta di apposite norme riguardanti l’agricoltura. L’aspettativa della Turchia era di vedersi concedere il diritto di inclusione nel TTIP, in virtù dell’Unione doganale. Quando questo apparve poco probabile, il governo tentò di imbastire un trattato di libero scambio con gli Usa. Allo stato attuale Ue e Usa non sono giunti a un accordo sul coinvolgimento di paesi terzi nel TTIP.

Non meno difficoltoso si è rivelato l’approdo a un trattato di libero scambio con gli Usa. Gli ostacoli politici che vi si frappongono hanno oscurato i vantaggi economici potenziali, riducendone la fattibilità. Negli Usa, gli attuali equilibri del Congresso rendono improbabile l’approvazione di un accordo di libero scambio con la Turchia.

Allo stato attuale, un clima politico poco favorevole esclude qualsiasi manovra tesa a includere la Turchia nelle negoziazioni sul TTIP o la possibilità che venga trovata una formula a garanzia di un suo coinvolgimento nel testo finale del trattato. Tanto più che i rapporti tesi tra Ankara e Bruxelles impediscono un dialogo costruttivo tra i partner.

Una situazione deplorevole da vari punti di vista. L’importanza geopolitica della Turchia nel patto atlantico non sembra in discussione per il prossimo futuro. L’eventuale adesione della Turchia all’Ue ha contribuito alla piena appartenenza del Paese alla comunità atlantica e alla condivisione dei sistemi economici e dei valori che la caratterizzano.

Il dissolversi graduale del progetto europeo dovuto al deteriorarsi dei rapporti tra il partito al governo, l’Akp, e le maggiori potenze Ue ha interrotto il processo delle riforme in Turchia. Il pieno coinvolgimento o per lo meno un’inclusione condizionata della Turchia nel TTIP darebbe nuovo impulso a questo processo. Rivitalizzerebbe le riforme e rimetterebbe in gioco l’imprenditoria e la società civile del Paese trasmettendo un rinnovato entusiasmo per l’ingresso della Turchia nell’Ue, che a sua volta condurrebbe a un’ulteriore ondata di riforme.

Riforme che non si limiterebbero alla sfera economica. I malumori nei confronti della Turchia che serpeggiano in alcuni ambienti europei e americani o il pretesto più volte addotto a motivazione della mancanza di un dialogo vero con Ankara derivano dal deficit di democrazia che affligge il Paese.

Una volta che la Turchia avrà di nuovo imboccato la strada virtuosa verso la costruzione di un ordinamento politico liberale, i suoi interessi incontrerebbero un atteggiamento più benevolo sia a Bruxelles che a Washington.

Nel frattempo, prima che il TTIP venga ratificato, la Turchia ha una serie di compiti da svolgere. Come ha suggerito Sinan Ülgen in uno studio molto circostanziato, i paesi legati a Usa o Ue da rapporti economici devono concentrare gli sforzi affinché il TTIP non danneggi i loro interessi. Nazioni come la Turchia, la Norvegia, il Messico e il Canada secondo Ülgen dovrebbero contribuire all’elaborazione di un processo di adesione libero da condizionamenti politici, farsi promotori di un meccanismo di risoluzione delle controversie flessibile e convergere su una piattaforma condivisa attraverso la quale interagire direttamente con Washington e Bruxelles.

L’inclusione della Turchia nel TTIP è necessaria sia per le prospettive economiche che ne deriverebbero che per consolidare una volta per tutte il suo ruolo in seno alla comunità atlantica. Alla luce degli sviluppi politici ed economici che hanno caratterizzato gli ultimi anni, questo obiettivo deve essere una priorità non soltanto per Ankara ma anche per Washington e Bruxelles.

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