PUNTI DI VISTA - Iran, da Stato canaglia ad alleato rispettabile?

Il nemico del mio nemico è mio amico. Satana è pronto ad inchinarsi alla logica militare, i Sauditi e Israele meno.

Come era nelle previsioni anche la riunione di novembre 2014 fra la delegazione dei 5+1 e l’Iran non è riuscita a far approdare ad una conclusione soddisfacente le trattative in atto per la definizione della sorte del programma nucleare di Teheran.

La scadenza, in precedenza considerata definitiva, è stata però prorogata di alcuni mesi e portata al prossimo 30 giugno, un gesto che indica come le parti giudichino realistica l’ipotesi di poter raggiungere rapidamente un accordo.

Probabilmente il maggior ostacolo alla definizione di una soluzione soddisfacente non è più di natura tecnica, bensì politica. I due problemi su cui ci si è arenati a novembre – l’arricchimento dell’uranio e il conseguente allentamento delle sanzioni – risultano infatti complessi ma le vie per aggirarli sono state individuate da tempo. 

La conclusione del più che decennale contenzioso sancirebbe però la definitiva accettazione dell’Iran nel novero delle cosiddette “potenze civili”.

Un salto di qualità che rispecchierebbe una effettiva condizione di fatto, pur risultando molto difficile da accettare per i paesi occidentali e in special modo per gli Stati Uniti. Per contro essa riabiliterebbe nel contempo simmetricamente l’immagine dell’Europa e dell’America in un Iran che da più di un quarto di secolo le identifica con il “Grande Satana”.

Abbiamo quindi di fronte uno stallo innescato da motivazioni molto più psicologiche e di opinione che tecniche. Si tratta di una condizione che in altri momenti avrebbe richiesto tempi di maturazione molto lunghi. Il periodo storico che stiamo vivendo ci costringe però a confrontarci con ritmi di cambiamento molto elevati con cui dobbiamo assolutamente tenere il passo se vogliamo contribuire a creare la nostra storia e non soltanto subirla.

Vi è oltretutto da considerare come in molte parti del mondo questa velocità di cambiamento generi pericolosissime situazioni di instabilità che, se non contrastate, tendono a debordare rapidamente dalla zona inizialmente investita estendendosi a macchia d’olio. Per noi occidentali il maggiore di tali rischi è costituito dalla rapida crescita di un pericolosissimo estremismo islamico di matrice sunnita che fa costante riferimento da un lato al polo classico di al-Qaeda, dall’altro al cosiddetto Califfato di recente instaurazione in Siria ed in Iraq. È questo un punto che ci accomuna strettamente all’Iran impostosi da tempo come il leader incontrastato del mondo sciita. Un mondo che il Califfo considera eretico, attaccandolo quindi con una ferocia addirittura maggiore di quella riservata agli obiettivi europei ed americani.

Nello scontro da tempo già in atto, vi è inoltre da considerare come i mezzi che Occidente ed Iran possono schierare sul campo di battaglia risultino perfettamente complementari. Noi abbiamo sovrabbondanza di fuoco di tutti i tipi ma non disponiamo di fanterie adeguate per numero e spendibilità da impiegare in teatro. Teheran difetta invece nel settore del fuoco ma può porre rapidamente in linea tutti gli effettivi necessari.

In parte già lo fa. Reparti dei Guardiani della Rivoluzione sono affiancati da tempo alle inefficienti forze irachene che senza di loro avrebbero probabilmente già perso Baghdad dopo essersi rivelate incapaci di tenere Mossul e Tikrit. L’alto livello di coinvolgimento di Teheran in Iraq è dimostrato da vari indizi indicativi, come l’elevato numero delle perdite subite o l’impiego di grandi unità di élite. Sul fronte siriano invece la presenza iraniana si esprime attraverso il coinvolgimento delle forze di Hezbollah, la milizia sciita del Libano, che comunque ha sempre l’Iran come primo punto di riferimento.

In questo quadro di lotta ad un nemico condiviso, esisterà già di sicuro qualche forma di coordinamento fra le fanterie iraniane operanti a terra e le forze della coalizione a guida americana che bombardano le formazioni del Califfato. Una piena interoperabilità potrà però essere conseguita soltanto quando spariranno le remore, le incomprensioni e le diffidenze reciproche indotte dal contenzioso nucleare.

C’è quindi da sperare che tutti gli interessati abbiano pienamente compreso gli imperativi indotti dalla nuova situazione ed alcuni indizi sembrano mostrare un progresso in tal senso. Ne è prova ad esempio il recente discorso in cui il Presidente Rohani ha fatto cenno al fatto che la continuazione del programma nucleare iraniano potrebbe essere sottoposta a referendum popolare. Da parte americana c’è invece da sperare nella capacità evidenziata dal Presidente Obama di prendere decisioni clamorose su problemi da tempo ormai maturi per la soluzione ma ancora giacenti, o per inerzia politica o per l’opposizione di lobbies particolarmente rilevanti.

La chiusura del contenzioso nucleare dell’Occidente con l’Iran sembra appartenere proprio a tali particolari categorie, anche se in questo caso la soluzione – per quanto buona essa possa essere – finirà sempre per scontentare oltre ad Israele, che teme per la sua sopravvivenza, anche l’Arabia Saudita che vedrebbe la propria condizione di incontrastato leader nel settore della energia insidiata da un ritorno sui mercati del petrolio iraniano.

Negli Usa essa formerebbe quindi oggetto di una grande battaglia politica, alimentata dall’esterno dai due Stati che godono di maggiore influenza sul Senato e sul Congresso americani. In Europa invece accettare un accordo risulterebbe molto più facile, in particolare per paesi come la Germania e l’Italia che avevano buone relazioni politiche e rilevanti rapporti economici con l’Iran e che hanno accettato l’idea dell’embargo a Teheran più per solidarietà con i propri partner che per reale convinzione. 

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