L’America punta a est?

Obama punta sul ‘’reset strategico’’ dei rapporti con Mosca e lancia il ‘’pivot to Asia’’, mentre la questione mediorientale rimane ancora aperta.

REUTERS

Nel presentare un nuovo calendario per il ritiro dall’Afghanistan, la più lunga guerra nella storia degli Stati Uniti, Obama lo ha ammesso: “È più difficile porre fine alle guerre che iniziarle”.

Mancano due anni alla conclusione del suo secondo mandato, ma il Presidente che ha promesso di “porre fine a un decennio in cui gran parte della politica estera americana è stata focalizzata su Iraq e Afghanistan” si trova ancora impantanato nel caos del Medio Oriente.

Le priorità dell’amministrazione erano altre. Al suo insediamento, Obama puntava sul “reset strategico” dei rapporti con Mosca, ben presto complicato dalle ambizioni di Putin in Europa orientale (e non solo), e aveva lanciato il “pivot to Asia”, un ribilanciamento verso il continente asiatico e in particolare verso la Cina. Alla fine dell’anno scorso, ha annunciato la caduta del “Muro” con Cuba e sanzioni in risposta ai presunti cyberattacchi nordcoreani.

Mentre tutti questi sono fronti aperti, resta però elusiva la fine della “guerra perenne”, come la chiama nel suo memoir Dexter Filkins, ex corrispondente del New York Times dall’Iraq e dall’Afghanistan. Tanto che, con l’emergere del Califfato dell’Isis e la rinnovata forza dei talebani, c’è chi ha parlato di un nuovo “pivot” sul Medio Oriente allargato. Ma anche senza arrivare a tanto, va riconosciuto che questa regione continua a rappresentare un grosso test – forse il più grande – per la leadership americana.

Il Presidente è stato criticato per la mancanza di una strategia nella regione. La sua cautela è legata anche a una dichiarata ambivalenza nell’uso della forza militare. Da una parte c’è la volontà di ridurre gli interventi negli imprevedibili conflitti asimmetrici del Medio Oriente; dall’altra c’è la consapevolezza che un ritiro prematuro non risolve nulla: Obama vuole essere il presidente che ha riportato le truppe a casa e non colui che le ha richiamate troppo presto. In Afghanistan, in particolare, rischia ora di riproporsi il problema dell’Iraq, dove il ritiro promesso era diventato realtà nel dicembre 2011, ma la guerra non era davvero finita. L’ascesa dell’Isis e lo sfaldarsi dell’esercito iracheno – anche come risultato della gestione settaria del potere per mano degli sciiti – hanno costretto l’amministrazione Usa a intervenire di nuovo, con bombardamenti e l’invio di soldati (per un totale di 3.100), cautamente definiti “consulenti” e “assolutamente non truppe da combattimento”. In Afghanistan, le circa diecimila truppe rimaste dopo la “fine della guerra” lo scorso 31 dicembre, sono superiori ai numeri previsti e potrebbero rischiare di più: avranno per due anni non solo il compito di addestrare gli Afghani e contrastare al Qaeda, ma anche di combattere i talebani se essi costituiranno una minaccia.

Una lezione appresa dall’America nell’ultimo decennio è di evitare l’invio di truppe di terra per non rischiare di essere trascinati in conflitti più ampi del voluto: finora in Iraq e in Siria i raid aerei sono stati il principale strumento di battaglia, anche se (come notato dagli esperti) non bastano a determinare una svolta decisiva contro l’Isis. In Siria, poi, gli aerei americani condividono i cieli con quelli di Damasco (riforniti da Mosca), dando l’impressione di un’alleanza di fatto con il regime (benché nel frattempo il Pentagono stia inviando 400 truppe per addestrare i ribelli).

Ma forse il dilemma più profondo nella regione riguarda il processo di democratizzazione. Da una parte il Presidente ha chiarito che l’America non deve e non può occuparsi di questioni che sono di responsabilità locale. Allo stesso tempo, però, ha riconosciuto che il suo più grosso rimpianto in politica estera è quello di aver bombardato la Libia senza poi preoccuparsi di contribuire alla transizione democratica. Ogni volta che si valuta se intervenire militarmente – ha detto all’opinionista Thomas Friedman – bisognerebbe chiedersi se c’è una “risposta per il giorno dopo”.

La cautela della leadership riflette quella dell’opinione pubblica, stanca di guerre infinite e costose, che (a parte forse l’uccisione Bin Laden) non sembrano aver contribuito granché agli interessi americani. Ma l’opinione pubblica cambia. Se davanti all’uso delle armi chimiche sui civili siriani la maggioranza degli Americani continuava a dirsi contraria a colpire Assad, invece, dopo i video delle decapitazioni dei giornalisti James Foley e Steven Sotloff, due terzi erano favorevoli ai raid contro l’Isis, visto come una minaccia per gli Stati Uniti.

Una chiave la suggerisce Robert Kaplan sull’Atlantic: se Obama vuole davvero il “pivot to Asia”, deve continuare a puntare sulla distensione con l’Iran (senza perdere i rapporti con Israele e i Sauditi, naturalmente). Il dialogo non riguarda solo il programma nucleare. Teheran sta già collaborando contro gli estremisti sunniti in Iraq con truppe, consiglieri e raid aerei. In Afghanistan può fare da “cuscinetto” rispetto a elementi pachistani e sauditi pro talebani. In Yemen è lo sponsor delle tribù Houthi, nemiche dei qaedisti. Può contrastare l’influenza cinese nel Golfo Persico. Si tratta in realtà di una strada già intrapresa, ed è una delle principali differenze tra l’attuale amministrazione e la precedente.

Una strada non semplice, tra sospetti reciproci in parte incolmabili. Ma una cosa è certa: i calendari e le deadline mal si adattano alla realtà mediorientale, che resta interconnessa con gli altri scenari, come quelli russo e asiatico. E il Presidente, volente o nolente, verrà giudicato per le sue azioni (e omissioni) anche in questa regione. 

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GUALA
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