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L’unione economica euro-asiatica

L’eurozona crea le tax free zone con l’obiettivo di attirare il capitale asiatico.

Mentre l’Europa cerca di ritrovare la sua bussola economica, guardando anche verso gli Stati Uniti, c’è una chimera quasi dimenticata che aleggia.

È l’idea di un’unione economica fra Ue e Asia. Oltre a Mosca c’è di più e Bruxelles deve riconoscerlo. Come anche rammentare che il ritorno degli investitori asiatici passa solo da un ripristino della credibilità perduta dal 2009 a oggi. Perché in un mondo che cresce, anche e soprattutto grazie alle economie asiatiche, l’area euro rischia di restare al palo. L’eurozona non cresce. E sta costringendo la Banca centrale europea (Bce) agli straordinari. Il tutto con l’unico fine di rivitalizzare l’economia dell’area euro.

Gli investitori internazionali se ne sono accorti e hanno abbandonato l’area dell’euro da tempo. Come ha riportato l’agenzia di rating Fitch nel suo ultimo rapporto sui Moneymarket fund (Mmf), uno dei pilastri fondamentali per la liquidità dei mercati finanziari, a dicembre 2014 il livello di investimento degli Mmf esteri nell’eurozona era di due volte più basso rispetto a dicembre 2009. E dire che un piccolo sussulto è avvenuto, almeno a confronto con dicembre 2011, quando la crisi dell’eurozona sembrava essere a un punto di non ritorno. In particolare, secondo Fitch, chi investe sempre di meno sono i fondi asiatici. In un sondaggio condotto da Goldman Sachs sugli investitori globali, solo il 5% degli intervistati localizzati in Asia ha detto che nel 2015 avrebbe aumentato le sue allocazioni nell’area euro. Troppo poco. 

“Sono scettici sul futuro dell’eurozona, ma soprattutto non vedono opportunità significative anche a fronte di patti economici che, dopo un periodo positivo di trattative, si sono arenati”. Con queste parole, gli analisti di Goldman Sachs hanno provato a spiegare, in modo tanto netto quanto immediato, i motivi di questo matrimonio mai consumato.

Nel caso dei rapporti con l’Asia, l’area euro non è immune da critiche. Nello specifico, le sanzioni economiche nei confronti della Russia, giustificate sotto il profilo diplomatico, hanno avuto e stanno ancora avendo un significativo contraccolpo nei rapporti commerciali fra le due macroaree. A patirne, soprattutto, la Germania, uno dei principali player commerciali con la Russia, e la Francia.

Ma le basi per l’unione euro-asiatica non devono essere fondate solo sui rapporti fra Mosca e Bruxelles. “Le capitali della finanza asiatica sono quasi ignorate da parte dei policy maker europei. È brutto da dire ma è la realtà, da noi la diplomazia commerciale non la fanno le istituzioni, ma le imprese”, spiega un alto funzionario della Commissione Ue. In pratica, per le società che hanno expertise, fondi e capacità per andare in Asia, tutto bene. Per le altre, Bruxelles di certo non dà una mano.

E poi ci sono i problemi dei flussi di capitale esteri, in direzione area euro. Nella fase più buia della crisi dell’eurozona, fra i primi soggetti economici a ridurre il loro apporto finanziario sono stati i fondi asiatici. “Ai loro occhi è inconcepibile una situazione così disastrata come quella vista nell’area euro di tre anni fa, in cui la Grecia sembrava volesse uscire dall’euro”, ha scritto Stephen King, capo economista di HSBC, nel marzo dell’anno scorso.

In effetti, osservando quanto successo in Giappone a fine 2014, quando per motivi legati soprattutto alla congiuntura economica il governo è stato sciolto e si è andati al voto, senza problemi o senza timori, sono legittime diverse domande.

Quella con la risposta più difficile è sempre la solita: “Come è possibile credere in un’area economica che conta 19 Stati membri, con 19 politiche pubbliche diverse, 19 interessi nazionali differenti e che non mostra un barlume di credibilità all’esterno?” Una domanda che, per ora, non ha una risposta.

Oggi, l’eurozona ha una duplice possibilità. Da un lato, tramite il lancio del Quantitative easing (Qe), ha l’occasione per tentare di ripristinare i canali del credito in tutta l’area euro o, quantomeno, laddove il meccanismo di trasmissione della politica monetaria si è deteriorato di più, come nella periferia. Se il bazooka di Mario Draghi riuscisse a liberare i bilanci delle banche dal fardello dei titoli di Stato, allora ne guadagnerebbe l’economia reale, che potrebbe tornare a ottenere prestiti per le attività economiche.

Meno gli istituti di credito dell’eurozona hanno in pancia bond governativi, più possono erogare finanziamenti. Il tutto in un contesto in cui sono stati creati dei meccanismi di prevenzione e di gestione delle crisi, dal fondo European stability mechanism (Esm) al Single resolution mechanism (Srm), passando per il Single supervisory mechanism (Ssm), tre pilastri fondamentali che prima del 2012 non esistevano.

Dall’altro lato, c’è un’opportunità da non sottovalutare, forse irripetibile.

A fronte di decenni di annunci e di promesse mai mantenute, la Commissione europea guidata da Jean-Claude Juncker può riallacciare i rapporti fra Bruxelles e i centri economico-finanziari dell’Asia.

Come? Agevolando il libero scambio delle merci, attivando canali di liquidità preferenziali per i soggetti economici asiatici che hanno interesse a investire nell’area euro, creando zone tax free ad hoc per gli investitori asiatici, ma soprattutto mostrando che l’eurozona non è solo un luogo in cui sono le divisioni a farla da padrona. In pratica, dimostrare al mondo intero, Asia compresa, che l’area euro ha imparato dai suoi errori di gioventù e che la crisi peggiore della sua storia è solo un ricordo. 

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