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MUSICA - La British Invasion

Un prodotto culturale europeo che conquista gli Usa e non il contrario.

Il 9 febbraio 1964, 73 milioni di telespettatori americani videro i Beatles all’Ed Sullivan Show. 5 canzoni compresa I want to hold your hand, il 45 giri da sei settimane in testa alla hit parade.

Fu l’inizio della British Invasion, uno dei rari casi di un prodotto culturale europeo che conquista gli Usa e non il contrario. La storia racconta che la casa discografica Capitol aveva ignorato i primi dischi dei quattro e per puro caso, alla fine di ottobre 1963, il conduttore televisivo Ed Sullivan incrociò i Beatles all’aeroporto di Londra. Decise di scritturarli e il manager Brian Epstein fu così abile da contrattare la partecipazione a tre serate. Subito dopo Epstein, col contratto di Sullivan in mano, ottenne che la Capitol Records mettesse in produzione I want to hold your hand per il debutto di febbraio. Convinse la redazione di Cbs News a Londra di far girare un servizio sulla beatlesmania in Inghilterra, trasmesso il mattino del 22 novembre 1962. Era il giorno dell’attentato al presidente Kennedy e nessuno gli fece caso. Fu l’anchorman Walter Cronkite, in cerca di buone notizie per sollevare l’umore degli Americani, a mandarlo in onda il 10 dicembre. 

Il giorno dopo una ragazzina di 15 anni, Marsha, scrisse alla radio di Washington WWDC: “Perché in America non abbiamo musica così?”. Incuriosito, il dj Carroll James chiese a una hostess della Boac di portargli da Londra il 45 giri dei Beatles per poi mandarlo in onda con Marsha in studio. Esplosero i telefoni. Frotte di ragazzini chiedevano il disco ai negozianti che non lo avevano. La Capitol tentò in un primo momento di bloccare la trasmissione, poi cambiò strategia.

Le prime copie americane di I want to hold your hand arrivarono nelle radio e nei negozi il 26 dicembre durante la vacanze di Natale, con i ragazzi a casa da scuola e attaccati alla radio: in due settimane sparirono un milione di copie. Quando i Beatles sbarcarono all’aeroporto Ildewild di New York, poi ribattezzato John Fitzgerald Kennedy, erano già delle superstar.

Nell’agosto del 1966 i Beatles atterrarono negli Usa per il loro ultimo tour. Nella hit parade il singolo Eleanor Rigby era solo 11esimo. Raccontava la vita di una persona disperatamente sola: Eleanor Rigby, che muore nella chiesa dove un certo “padre McKenzie” scrive sermoni che nessuno mai ascolterà. “Nessuno si salvò” cantava McCartney, accompagnato da un ottetto d’archi ispirato a Vivaldi. Ma i problemi furono altri. In marzo, John Lennon aveva dichiarato in una stralunata intervista al London Evening Standard, che ormai i Beatles erano “più popolari di Gesù”. “Non so chi finirà prima, se il cristianesimo o il rock’n’roll. Gesù era un grande ma i suoi discepoli sono rozzi e banali. Hanno travisato e rovinato tutto”. Nel sud degli Usa i concerti dei 4 – già complicati in termini di sicurezza - furono segnati dalle proteste violente di gruppi ultrareligiosi. Persino il Ku Klux Klan bruciò i loro dischi invocando una lugubre “vendetta”: da allora i Beatles suonarono dal vivo una sola volta nel 1969.

Un anno prima la Federazione dei musicisti americani aveva vietato i palcoscenici per 4 anni alla band inglese The Kinks, arrivata sull’onda della British Invasion. Dopo una tournée piena di guai economici e infortuni, la situazione precipitò quando arrivarono in ritardo alla registrazione di uno show televisivo dove avrebbero presentato il loro ultimo successo, You really got me.

Nella sua biografia, il leader Ray Davies ha ricordato le parole con le quali un responsabile lo accolse in studio: “Solo perché ce l’hanno fatta i Beatles non vuol dire che tutti i capelloni brufolosi possono fare carriera qui! Comunisti rammolliti siete. Quando avrò fatto il mio rapporto, non lavorerete più da queste parti!” Che è il genere di atteggiamento che l’America avrebbe tenuto nei confronti del calcio, decenni dopo. Ugualmente inglese, come i Beatles e i Kinks. 

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