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Una òla per l’Italia

Cattiva gestione e vandalismo stanno svuotando gli stadi italiani, in controtendenza con quelli pieni nel resto d’Europa.

 L’ Italia vista dal mondo è anche, e in certi paesi soprattutto, calcio.

La Juventus e il Milan hanno moltissimi tifosi in Asia, mentre l’Inter ha addirittura un presidente indonesiano. Non è un caso: gli Azzurri sono secondi solo al Brasile per numero di titoli mondiali, le squadre italiane hanno vinto 12 volte la Coppa dei Campioni e la Champions, superate solo dalle spagnole (e se iniziamo il conto nel 1963 il risultato è 12-9 per le italiane che comunque sono prime per numero di finali disputate, 26-24) e per ben 18 volte il Pallone d’Oro di France Football è andato a un calciatore che gioca in Italia.

Oltre che ai suoi successi, l’immagine dello sport nazionale è associata ad altri tratti positivi del Belpaese – non è un caso se le trasferte in Italia delle grandi squadre europee attraggono tanti tifosi. Il calcio italiano, però, è da qualche anno in crisi profonda e sorge il timore che, senza una riforma incisiva, ciò possa addirittura intaccare l’immagine del Paese. 

Dopo la favolosa notte di Berlino 2006, la Nazionale italiana non ha superato il primo turno nei Mondiali 2010 e 2014; dopo l’altrettanto storica notte di Madrid 2010, quando l’Inter vinse la Champions League, nessuna squadra italiana ha raggiunto le semifinali della Champions; da quando si chiama Pallone d’oro FIFA, nessun giocatore italiano e/o che lavora in Serie A è arrivato tra i primi tre.

Se queste débâcles diminuiscono l’attenzione con cui si guarda il calcio italiano all’estero, il problema è quando s’intrecciano con quei mali italiani endemici che si credeva di aver debellato nella seconda metà degli anni Novanta e che invece persistono inesorabilmente. Scarsa professionalità, scandali sul campo e fuori, corruzione e uso privato di risorse pubbliche. Cui si è aggiunto negli ultimi anni un nuovo flagello, l’intolleranza: i cori razzisti che accompagnano periodicamente le evoluzioni negli stadi italiani infliggono un ulteriore colpo alla cara, tenera idea degli “Italiani brava gente” – e non va dimenticato che anche dirigenti e allenatori si esercitano nell’arte del commento sciovinista e peggio.

Sta giocando chiaramente la situazione economica, e in fondo chi pensa che il calcio non sia una cosa tanto seria può trovare rassicurante che l’indipendenza del business pallonaro dal Pil sia maggiore in Spagna, dove furias rojas e Liga godono di buona salute anche quando l’economia va a picco. In altre parole, che in Italia, dove pure i media danno tuttora un rilievo smisurato al calcio, ci siano cose più importanti del calcio. Ma non è tanto la congiuntura a destare preoccupazioni, quanto le caratteristiche strutturali del problema.

Dal punto di vista economico e finanziario, più di 10 anni dopo il crack del 2002 e il provvidenziale decreto spalma-perdite del governo (un perfetto esempio di conflitto d’interesse, dato che Fininvest possiede sia il Milan, sia Mediaset), molte società calcistiche sono a pezzi ed esposte a scalate da parte di improbabili cordate dietro cui possono pure celarsi dinamiche malavitose. Come dimostra la vicenda Parma, che sta falsando la stagione 2014-15 e quindi la credibilità della Serie A.

La debolezza finanziaria del calcio riflette limiti noti del capitalismo italiano, opacità dei conti, strutture di governance in cui il nepotismo prevale sulla professionalità, dipendenza dal credito bancario e vulnerabilità rispetto a istituti di riferimento territoriale (come insegnano le vicende del Siena).

Le (poche) società che hanno fatto la scelta della quotazione non sono riuscite a rafforzarsi patrimonialmente, mentre quelle tedesche sono in mano ai tifosi. Da dove ripartire? Parafrasando il generale de Gaulle, se è difficile governare un paese dove ci sono più varietà di formaggi che giorni dell’anno, mission impossible riformare il calcio in un paese in cui ciascuno si sente potenziale allenatore della Nazionale.

Una prima constatazione è che niente è ancora perduto (tranne forse l’onore, ma coi tempi che corrono è inutile fare troppo gli schizzinosi). L’Italia ha mediamente occupato la 7ª posizione nella FIFA World Ranking dalla sua creazione, superata da Brasile (3ª), Spagna (4ª), Argentina e Germania (entrambe 5ª). Anche nella classifica UEFA dei campionati, dopo aver perso l’ambito terzo posto che dà diritto ad avere 4 squadre in Champions’ League e aver pure rischiato di subire il sorpasso, ci sono timidi segnali di recupero e magari prima della fine del decennio l’Italia potrebbe riconquistare il podio.

Ma la seconda constatazione è che non c’è tempo da perdere. Lo spettacolo di stadi vuoti stringe il cuore, soprattutto perché nel resto di Europa invece i tifosi continuano ad andarci: nella stagione 2014-15, in Bundesliga l’affluenza è stata pressoché doppia che in Serie A (quasi 43mila contro 22mila). Le strutture sono certo vetuste, anche perché a parte la Juve e il piccolo Sassuolo nessuna squadra detiene il proprio stadio. Ma il vandalismo dei tifosi, che sembra contagiare anche i giocatori (il doppio di espulsi in A rispetto alla Bundesliga) e pure i tifosi stranieri come nel caso degli Olandesi del Feyenoord Rotterdam, riflette anche lo scarso rigore nel far rispettare le leggi. L’esempio dell’Udinese, che ha lanciato la ristrutturazione dello stadio Friuli, dimostra che non c’è bisogno di invocare leggi speciali, magari assortite a regali in termini di cubature e speculazioni immobiliari.

Rendere più competitivo il calcio italiano servirebbe a migliorare l’immagine internazionale del Paese; e questo permetterebbe di attrarre gli investimenti, modernizzare le infrastrutture sportive e organizzare con successo grandi manifestazioni sportive. Per avviare questo circuito virtuoso il calcio italiano dovrebbe fare piazza pulita di tante illusioni, dilettantismi, nostalgie e conflitti d’interesse.

Come l’intero Paese, del resto. 

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