Classe dirigente all’altezza?

Tsipras decreta il divorzio tra patto Ue ed elettori delusi.

Di sicuro c’è solo questo: le foto in bianco e nero che ritraggono i militari della Wehrmacht passeggiare all’ombra del Partenone da tempo venivano oscurate negli album delle famiglie tedesche. Ai più giovani erano quasi del tutto sconosciute. Riproporle ora e riaprire con Berlino, come ha fatto il governo greco guidato da Alexis Tsipras, la questione dei risarcimenti di guerra è un duro colpo di piccone al “sogno europeo” che ha retto per 70 anni pacificando un continente prima di allora periodicamente bagnato di sangue.

Un colpo di piccone su un edificio già malfermo che non è stato in grado, a differenza degli Usa, di risollevarsi dalla crisi dell’eurozona e che ha affidato ai soli strumenti monetari della Bce (tassi di interesse e Quantitative Easing) il compito di correggere difetti strutturali e meccanismi incompiuti dell’Unione: dalla mancata governance economica all’assenza di unione fiscale ai più gravi ritardi nell’unione politica.

Le ultime settimane ci hanno consegnato una trattativa-scontro dai toni violenti e spesso scurrili (basti pensare al dito medio del ministro Yanis Varoufakis) tra il nuovo Governo di Atene e Bruxelles, meglio tra Atene e chi in questo momento è alla guida della locomotiva europea, la Germania.

Il merito dei conti da rimettere in ordine, le riforme da fare, le rate dei prestiti da restituire si mischia pericolosamente a questioni politiche antiche (i nazisti e i danni di guerra) e a nuove minacce come quelle del ministro della Difesa, Pános Kamménos, che ha sentenziato: “Se l’Europa ci abbandona nella crisi, la sommergeremo di migranti, e tanto peggio per Berlino se in mezzo a quella marea umana di milioni di profughi economici si mescoleranno anche jihadisti dello Stato islamico”. Posizioni negoziali e tattiche, si dirà, che hanno tuttavia rimescolato le carte mostrando, sopra ogni cosa, la fragilità di quel Patto europeo nato per garantire meccanismi di solidarietà ma che la crisi dell’eurozona ha rivelato in tutta la sua spietatezza verso i più deboli.

Con molta abilità nel primo faccia a faccia con la Cancelliera tedesca Angela Merkel il 23 marzo scorso, il Premier greco Tsipras ha smussato i toni: “I Greci non sono fannulloni e i Tedeschi non sono responsabili delle disfunzioni e dei malanni della Grecia – ha detto Tsipras – e le satire di Angela Merkel in stile nazi sono molto ingiuste nei suoi confronti e verso il popolo tedesco. Non bisogna scherzare con la storia”. Subito dopo, tuttavia, il Premier ellenico ha fatto presente che la questione dei risarcimenti della guerra “non è una rivendicazione materiale, e non ha nulla a che vedere con la crisi” ma è una questione bilaterale, che ha “un significato morale ed etico”. E la Cancelliera, pur ricordando che molti Tedeschi neppure sanno di cosa si parli, ha ribadito il no tedesco ma ha concesso un’inedita apertura al dialogo sull’argomento, “i colloqui continueranno”.

Difficile dire se la nuova agenda Tsipras abbia modificato e in che modo i rapporti di forza al tavolo negoziale tra Atene e Bruxelles. Solo alla vigilia dell’incontro Tsipras-Merkel del 23 marzo si è avuta notizia che domenica 15 marzo, ossia 4 giorni prima dell’irrituale (e molto contestato dagli esclusi) mini-summit a 7 (Merkel, François Hollande, Tsipras, Mario Draghi, Jean-Claude Juncker, Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem) del 19 marzo a Bruxelles, a margine del Consiglio europeo, il Premier ellenico Alexis Tsipras aveva scritto una lettera dai toni “ricattatori” al Cancelliere tedesco Angela Merkel, ma di fatto rivolta a tutti i 18 partner dell’eurozona.

Nel testo Tsipras avvertiva senza mezzi termini che sarà “impossibile” per Atene pagare le prossime tranche del debito accumulato verso le “Istituzioni” (ossia la troika Bce-Ue-Fmi) se Bruxelles non avesse fornito nel breve periodo assistenza economica.

Subito dopo quella missiva Tsipras otteneva l’impegno di due miliardi di euro di fondi per lo sviluppo Ue stanziati ma non spesi da parte del presidente della Commissione Juncker. Il tutto in cambio dell’impegno di Atene a fornire in tempi brevi una nuova lista “completa e dettagliata” delle riforme cui Atene si era impegnata all’Eurogruppo del 20 febbraio scorso, quando vennero garantiti altri 4 mesi di ossigeno con un’ulteriore tranche di prestito da 7,2 miliardi di euro.

Ed è difficile dire se e in che modo quella posizione di Tsipras abbia indotto il Presidente della Bce Mario Draghi (il quale aveva già avuto modo di verificare l’analfabetismo finanziario della leadership greca) ad “ammorbidire” i suoi giudizi il 23 marzo parlando all’Europarlamento: “La situazione della Grecia – ha osservato Draghi – è migliore rispetto all’epoca della prima crisi, adesso non c’è un rischio sistemico. Ma servono diverse condizioni che al momento non ci sono e il governo di Alexis Tsipras dovrebbe impegnarsi a onorare pienamente tutti i debiti del Paese, verso tutti i creditori”.

Alla fine un compromesso sulle riforme da fare e la disciplina fiscale verrà pure trovato. Quello che non si appianerà è il forte “disallineamento”, meglio sarebbe parlare di vero “divorzio”, tra quel Patto europeo che i 28 governi europei si sono impegnati formalmente a rispettare e gli impegni presi a livello nazionale da Syriza con i propri elettori sulla base di un processo pienamente democratico. Un “divorzio” cominciato già nel 2005 con il “no” del referendum francese sulla Costituzione Ue, aggravato poi dal 2008 a oggi con la crisi dell’eurozona. Il successo di Podemos in Spagna (per ora solo alle elezioni amministrative) potrebbe replicare la situazione della Grecia e porre quindi il vero nodo politico dei prossimi anni: quale Europa intendono costruire per il prossimo futuro i socialisti europei?  

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