Dove il made in Italy vale di più

Dal 1976 l’Italia è il primo partner commerciale europeo del Libano.

Per le strade di Beirut o nelle chiacchiere dei bar si sentono spesso alcune espressioni che alle orecchie di un Italiano non passano inosservate. “Tutte le strade portano a Roma” o “È tutta colpa degli Italiani” sono tipiche nell’intercalare libanese.

La prima, nota un po’ in tutto il mondo, risale senz’altro ai tempi della conquista romana. Le origini della seconda le rivela la storica e archeologa libanese Nina Jidejian: “Non si riferisce all’idea degli Italiani di piazzare semafori nelle vie della nostra città, provocando il caos, bensì al bombardamento italiano del febbraio 1912 contro la flotta ottomana alla fonda nel porto di Beirut.”

Il linguaggio comune testimonia le relazioni profonde tra Italia e Libano, due Paesi centrali nella storia del Mediterraneo, stretti da un legame antico. Dall’egemonia fenicia nei traffici marittimi, alla conquista romana, dalle colonie fondate dalle Repubbliche marinare nel Medioevo, ai costanti rapporti commerciali tra i due Paesi. 

Un rapporto che ha segnato un periodo fondamentale della storia del Libano. Tra il 1500 e il 1600 l’Emiro Fakhr al-Dīn II unificò il Paese contrastando l’Impero ottomano, i suoi rapporti con il Granducato di Toscana erano stretti e influenzarono la storia e la politica del Libano, ispirando le riforme sociali, l’arte e l’architettura del lungo regno di Fakhr al-Dīn II.

“Siamo simili, ci piace divertirci e mangiare – dice Ragda Husseini, giornalista che ha studiato in Italia – siamo disordinati e casinisti, senza essere troppo arroganti.

Combattiamo quotidianamente con una burocrazia farraginosa, che costantemente tentiamo di aggirare, e soprattutto abbiamo in comune molto della nostra storia e cultura millenaria.” Una somiglianza che si avvicina alla fratellanza e alla solidarietà. “In tanti momenti difficili della storia recente del Libano gli Italiani ci sono stati vicini. L’Italia è un paese occidentale che sentiamo fratello, che non dobbiamo temere come la Francia che ci ha dominato o gli Usa guidati sempre dai loro interessi geopolitici ed economici. Il rispetto che sentiamo verso l’Italia non è dettato dalla paura, ma dalla stima e dalla similitudine, pensiamo sempre che tra i nostri due paesi sia possibile trovare un accordo, un compromesso”.

Momenti difficili che sono durati lustri, come i 15 anni della guerra civile che dal 1975 al 1990 ha sconvolto il Paese. Durante quella lunga tragedia, racconta Antonio Righetti che dal 1976 lavora all’Ambasciata d’Italia, gli aiuti umanitari italiani sono arrivati a tutte le comunità attraverso tutti i confini eretti dalle fazioni in lotta. Inoltre, l’Ambasciata italiana fu l’unica occidentale a non chiudere mai.

“Nel 1982 avevo 10 anni – dice Hussein Ghandour, un palestinese del comitato del campo rifugiati di Burj al-Barajneh a Beirut – quegli uomini con le buffe piume sull’elmetto bianco che giravano per i vicoli del campo di Shatila parlando con i comandanti ci mettevano quasi allegria.”

Erano i bersaglieri italiani arrivati in Libano in una missione multinazionale per garantire l’uscita dal Paese dei militanti dell’Olp e dei soldati siriani, sulla base di un accordo raggiunto con Israele che aveva occupato Beirut. “Con gli Italiani partirono anche mio padre e mio zio, e pochi giorni dopo l’orrore, quello che restava della mia famiglia fu massacrato dai falangisti dentro il campo. Quando gli Italiani tornarono per proteggerci non riuscivamo più a ridere.”

Durante la guerra civile le due missioni militari italiane contribuirono a rafforzare i legami, ma è soprattutto nella cessazione delle ostilità tra Libano e Israele nel 2006 che l’Italia diventa protagonista.

“L’impegno italiano in alcuni momenti fondamentali della storia libanese è stato positivo – dice ancora Ragda Husseini – penso alle due missioni militari durante la guerra civile e al ruolo avuto per raggiungere l’armistizio con Israele nel 2006.”

La guerra di luglio con Israele, 34 giorni che portarono alla morte di circa 2.000 civili e alla distruzione delle infrastrutture del Paese, si concluse con un armistizio e una risoluzione dell’Onu fortemente voluti dall’Italia. Da allora i militari italiani sono impegnati nella missione UNIFIL che controlla il confine e garantisce il rispetto degli accordi.

“La missione – dice Andrea Tenenti, portavoce di UNIFIL – non si limita all’interposizione, ma svolge un compito di mediazione. Grazie a UNIFIL si è realizzata una camera di compensazione per controllare le tensioni. Una prova recente è stata la gestione del tragico incidente del 28 gennaio scorso (la morte di un peackeeper spagnolo sotto i colpi israeliani in reazione a un attacco di Hezbollah ndr).” Da 9 anni più di 10.000 militari di tutto il mondo vigilano su uno dei confini più caldi del pianeta, relazionandosi alle forze politiche, a quelle militari e alla popolazione locale.

“Una delle armi della missione – continua Tenenti – è il buon rapporto con le istituzioni locali, politiche e religiose, e con la popolazione. Il contingente italiano si contraddistingue per la sua capacità di relazione, di rispetto della cultura e delle tradizioni. La vicinanza dei due popoli ci aiuta, mentre il personale di altri paesi ha un approccio più tecnico e distante.

Quando al comando della missione c’era il Generale spagnolo Alberto Asarta Cuevas i pattugliamenti del territorio erano più problematici.” Un impegno costante e importante quello italiano in UNIFIL, lo testimonia la presenza di più di 1.000 uomini e la guida, quasi esclusiva, della missione. La crisi economica e i cambiamenti del panorama politico italiano hanno, finora, avuto uno scarso peso sulle responsabilità che l’Italia si è assunta in quell’estate del 2006.

La solidarietà e la somiglianza da sole non bastano a spiegare questo impegno, che pesa sulle casse pubbliche dell’Italia, e la visione positiva che i Libanesi hanno del Belpaese. A queste si somma una solida collaborazione economica. Dal 1976 al 2008 l’Italia è stata il primo partner commerciale del Paese. Nel 2014, secondo i dati forniti dall’ICE, l’Italia con un export di 1.645 milioni di dollari si piazza al secondo posto dopo la Cina, precedendo Francia, Germania e Usa.

“Non si deve negare – dice Tenenti – che la difesa degli interessi economici ebbe il suo peso nella scelta di avere un ruolo di primo piano nella missione dell’Onu.”

Storia, politica ed economia sono i fili che tessono la ragnatela dei rapporti tra i due Paesi. Fili che sembrano intrecciarsi nel centro di Beirut, intorno ai resti delle terme romane, dove nelle vetrine regnano le firme del made in Italy e sono tanti gli uffici commerciali e i ristoranti italiani. Manifestazioni della vitalità di un legame antico come il Mediterraneo. 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA