E se tornassero davvero…?

Dedicato a quelli che ritengono le monete nazionali la soluzione di tutti i problemi.

REUTERS

Uscire o non uscire? A conti fatti, sarebbe meglio restare dentro, seppure con tutti i problemi di un progetto immaturo, invece che lasciarsi tentare da un’uscita verso lidi che a oggi rischiano di essere l’inizio della fine, invece che una nuova ripartenza.

È questo il dilemma che affligge l’eurozona. Il ritorno alle monete nazionali, che siano la dracma o la lira, è utilizzato dai partiti politici a trazione populista per ammaliare i cittadini e illuderli che un’alternativa alle riforme strutturali sia possibile. Il Front National di Marine Le Pen e la Lega Nord di Matteo Salvini parlano molto, ma calcolano poco. 

Per capire, in uno scenario quanto mai ipotetico, cosa potrebbe accadere bisogna guardare l’architettura dei trattati europei. In primis, bisogna ricordare che, secondo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, si può recedere dall’Unione europea, non dall’euro area. Vale a dire che prima si esce dall’Ue, poi verrebbe meno l’uso della moneta unica. In questo caso, tuttavia, il Paese che optasse per questa opportunità non potrebbe più trarre vantaggio dagli accordi di Schengen e dal mercato unico europeo. Traduzione: non ci sarebbe più libertà di circolazione né per le persone né per le merci. Il commercio internazionale, a meno che non arrivi un supporto da altre economie, sarebbe destabilizzato e probabilmente bloccato per mesi, come ha spiegato UBS.

L’impatto sui singoli paesi potrebbe essere inaspettato. Secondo Éric Dor, direttore della ricerca economica della IÉSEG School of Management, nel caso di un’uscita della Grecia i costi maggiori sarebbero da dividere tra tre paesi, oltre ad Atene ovviamente. Le conseguenze più dure ci sarebbero per la Germania, dove i costi potrebbero lievitare a quota 56,5 miliardi di euro, o 699 euro per residente. A seguire ci sarebbe la Francia, con 42,4 miliardi di euro, o 644 euro per ogni Francese. Infine l’Italia, circa 37,3 miliardi di euro.

Sul fronte bancario, ci sarebbero le ripercussioni più pesanti. Un paese che esce dall’eurozona perderebbe il cappello protettivo del fondo europeo di stabilità finanziaria, lo European Stability Mechanism (Esm), e si vedrebbe costretto a inserire dei limiti alla libera circolazione del capitale. In altre parole, dovrebbe introdurre un massimale al prelievo di contanti e delle misure per evitare l’inevitabile fuga dei capitali verso lidi più sicuri. Il concetto di fondo è legato al comportamento degli agenti economici. Più viene percepito come rischioso un paese, o un sistema bancario, più chi ha la possibilità di preservare il proprio capitale cercherà di allocarlo altrove.

È il fenomeno del fly-to-quality.

Inoltre, il paese che decide di uscire perde anche il supporto della Banca centrale europea (Bce). Un sostegno cruciale, come sta dimostrando la Grecia.

La Banca nazionale ellenica, infatti, sta utilizzando la stampella di liquidità emergenziale della Bce, l’Emergency Liquidity Assistance (Ela), per fornire risorse alle proprie banche. Un paese fuori dall’euro non potrebbe farlo, e quindi dovrebbe accollarsi le eventuali perdite del proprio sistema bancario.

Come? Due le opzioni più verosimili e facili da attuare: o stampando moneta, con il pericolo di alimentare l’inflazione e facendo perdere potere d’acquisto ai propri cittadini, o negoziando con le altre banche centrali swap in valuta estera nel tentativo di limitare i danni. E l’euro sarebbe considerato una valuta estera, quindi con un tasso di swap ben differente da quello introdotto nel paese uscito dall’euro area.

Ci sarebbe poi il problema della ridenominazione dei contratti esistenti prima della secessione. Anche se uscito, il paese si vedrebbe costretto a ripagare nella preesistente valuta le vecchie obbligazioni governative emesse sotto la disciplina legislativa internazionale (la maggior parte nel caso della Grecia, secondo le stime di UBS). E come per i titoli di Stato, anche tutti i contratti posti in essere dalle società private vedrebbero un destino analogo. A meno che non ci sia una scelta unilaterale, con ogni probabilità oggetto di controversie iniziate dalla parte offesa, di non onorare i contratti nella vecchia valuta bensì nella nuova, applicando un significativo taglio al valore nominale. Ma in questo caso si arriva al caso svalutazione.

Ad esempio si può prendere ancora una volta la Grecia. Secondo gli analisti di Goldman Sachs la svalutazione della dracma contro l’euro potrebbe essere del 40-50% solo nel primo anno, per poi ridursi al 30% dal secondo anno, per un orizzonte temporale di dieci anni. La distruzione del potere d’acquisto, unito ai costi più elevati per l’approvvigionamento dei beni essenziali, costringerebbe la Banca centrale a introdurre misure per proteggere la nuova divisa dalle fluttuazioni del tasso di cambio. In pratica, ciò che sta accadendo in Ucraina con la hryvnia.

Sebbene sia facile parlare di uscita dall’eurozona senza citare i costi, impliciti ed espliciti, l’irrazionale non deve prendere il sopravvento sul razionale.

Uscire da un sistema monetario che, seppure con enormi lacune, ha generato benessere anche verso quei paesi che combattevano le recessioni a colpi di allargamento della base monetaria, e quindi di inflazione, significa lasciare che l’ignoto prenda il sopravvento.

Nel 2008 si disse che il fallimento di Lehman Brothers, la quarta banca statunitense, non avrebbe avuto un impatto significativo per il sistema finanziario internazionale. Due giorni dopo il collasso, tutti capirono che non era vero. Si spera lo capiscano anche Le Pen e Salvini quando parlano di uscita dall’euro. 

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