Europa sorvegliata speciale

S’invoca più sicurezza a discapito della privacy dei cittadini. Il rischio della sorveglianza di massa.

Sicurezza e privacy, dov’è il giusto punto di equilibrio? Dopo gli attacchi di gennaio a Parigi, alla paura dei jihadisti, la politica replica alzando il livello di controllo.

Se il terrorismo di matrice islamica è percepito sempre più come una minaccia che cresce in seno all’Europa, la risposta che arriva dai governi è unanime: serve maggiore sorveglianza. Dalla Francia all’Inghilterra, passando per la Germania e l’Italia, nuove misure antiterrorismo sono in cantiere.

In nome della sicurezza, però, la privacy dei cittadini europei potrebbe essere seriamente compromessa. E in tema di efficacia, i risultati di una campagna di sorveglianza di massa non sono assolutamente certi. 

I dati dell’Europol, commentati dal direttore Rob Wainwright, dicono che i cittadini europei attualmente partiti per combattere nelle file jihadiste in Siria o in Iraq sarebbero tra i 3 e i 5mila. “Abbiamo a che fare con un numero consistente di giovani uomini che, potenzialmente, al loro ritorno sarebbero capaci di portare avanti attacchi come quelli che abbiamo visto a Parigi,” ha detto. Wainwright ha chiaramente sottolineato il ruolo fondamentale di Internet nella diffusione dei messaggi jihadisti. Proprio al controllo del Web si sta orientando, già da tempo, l’attività di intelligence di molti governi.

La Francia ha già una solida legge contro il terrorismo e a novembre 2014 il Parlamento ha approvato un nuovo pacchetto anti-jihad, che però non ha purtroppo evitato gli attentati alla rivista satirica Charlie Hebdo e al supermercato kosher a gennaio. Tra le misure previste nella nuova legge ci sono: limitare la libertà di movimento dei sospetti jihadisti in Europa, dare pieni poteri alle autorità di bloccare siti sospetti che fanno pubblica “apologia di terrorismo” o forniscono istruzioni particolari su come pianificare e realizzare gli attentati. Inoltre, il progetto ha introdotto anche una voce molto particolare, quella di “singola impresa terroristica”, che punta a combattere le cellule isolate, formate anche da un solo individuo e slegate da qualsiasi rete internazionale.

La road map anti-jihad francese, a inizio 2015, è stata così presentata dal Primo ministro Manuel Valls: 1) rafforzare l’intelligence; 2) monitorare le carceri, adibendo entro fine anno aree specifiche per i detenuti sospetti; 3) creare un “nuovo file” per coloro che hanno già una condanna per terrorismo, in modo da sottoporli a controlli sistematici; 4) istituire un sistema europeo per raccogliere i dati di tutti i passeggeri che transitano nei confini dell’Ue; 5) rafforzare le misure di controllo di Internet, in particolare dei social network.

La Germania, invece, ha discusso a febbraio un disegno di legge che punta a limitare le possibilità di uscita dal Paese dei sospetti futuri combattenti. Le autorità tedesche sarebbero così in grado di impedire non solo l’espatrio dei soggetti segnalati dai servizi d’intelligence, ma anche di tracciare e bloccare tutti i flussi di denaro considerati ambigui. In aggiunta, la Cancelliera Angela Merkel sta facendo pressioni affinché l’Ue approvi velocemente una nuova legge che consentirebbe una raccolta capillare di dati personali, attività già frenata dalla Corte di giustizia europea lo scorso anno. Ad aprile 2014, infatti, la Corte ha stabilito che la direttiva europea in materia di sorveglianza di massa (approvata nel 2006) non rispetta i parametri del diritto europeo, in quanto “interferisce in modo particolare con i diritti fondamentali di rispetto della vita privata e di protezione dei dati personali”.

Quella direttiva, che consentiva alle società di comunicazione la conservazione dei dati personali di tutti i cittadini europei per un periodo variabile dai 6 ai 24 mesi, è tutt’oggi valida in Francia. Il controllo della privacy a tappeto, purtroppo, non ha fermato gli attacchi mortali del 7 gennaio.

Nonostante la dubbia riuscita di una campagna di sorveglianza di enorme portata, anche la Gran Bretagna corre a passo svelto verso la limitazione della privacy agitando il vessillo della (presunta) sicurezza. Il Primo ministro David Cameron ha dichiarato che i servizi britannici dovranno avere presto il potere legale di intercettare tutte le comunicazioni nel territorio nazionale. Questo significherebbe che, se Cameron venisse rieletto e queste nuove norme entrassero in vigore, non esisterebbero più dati criptati nascosti e potenzialmente tutte le chiamate e le comunicazioni online dei sospetti terroristi sarebbero intercettate. Dunque servizi come Whatsapp potrebbero essere costantemente controllati.

In tema di sicurezza, l’Italia si accoda ai vicini europei. Il governo ha appoggiato l’idea francese di una direttiva europea che permetta l’accesso comune alle liste passeggeri tramite il PNR, Passenger Flight Record. Nel mirino del Ministero dell’Interno ci sono sempre i siti Internet e i social network. Secondo il ministro Angelino Alfano “il punto di equilibrio tra privacy e sicurezza deve variare a seconda dei momenti storici che si attraversano. Occorre un nuovo punto di equilibrio”. Poi ha aggiunto: “Si potrebbe trattare, per esempio, del numero di anni per la conservazione dei dati”.

Tutte le misure finora elencate fanno riferimento a una vaga definizione di “sospetti terroristi” e non sono chiare su come un normale cittadino potrebbe difendersi dal controllo capillare delle comunicazioni. Come ricorda Jean Lambert, membro del Partito dei verdi al Parlamento europeo, in un editoriale su openDemocracy, l’Europa non può ignorare l’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che recita: “Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano. Tali dati devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge”.

Resta, dunque, molto difficile districarsi in questo terreno dove la paura richiama subito l’invocazione della “sicurezza nazionale” in nome della quale, anche nella Carta europea dei Diritti dell’uomo, sono ammesse molte eccezioni.  

@stellamorgana

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