Guerra e Pace secondo Bergoglio

“Che il ricorso alle armi non sia più grave delmale da eliminare”.

Di fronte al genocidio in atto in Iraq e in Siria e a una Terza guerra mondiale “a pezzetti” che si sta consumando, dal Medio Oriente all’Africa, nell’agosto 2014 papa Francesco ha invocato un intervento armato sotto l’egida dell’Onu.

Il pontefice aveva risposto sul volo che lo riportava a Roma da Seoul al giornalista Alan Holdren della Catholic News Agency, parlando di legittima difesa e di necessità di fermare quel massacro di innocenti da parte dei miliziani dell’Isis, anche se a condizioni ben precise: un intervento condiviso dall’Autorità internazionale e senza bombardamenti che possano coinvolgere civili inermi, a cominciare dai bambini.

Pochi giorni dopo aveva inviato una lettera al segretario dell’Onu Ban Ki-moon, confermando la richiesta di un intervento in Iraq “attraverso le norme e i diritti del meccanismo internazionale per fare tutto ciò che è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose”. 

Qualcuno ci aveva visto un cambio di rotta rispetto alle posizioni pacifiste del Papa argentino, che nel settembre 2013 aveva promosso una veglia in San Pietro per scongiurare l’intervento armato della Nato in Siria. Ci fu pure chi scrisse che Bergoglio aveva abbandonato il concetto di “guerra giusta”, affidandosi “da gesuita” al diritto positivo internazionale, nel solco di Norberto Bobbio. Altri ancora hanno parlato di posizioni ondivaghe, a seconda della convenienza e della presenza di comunità cattoliche, come in Croazia ai tempi dell’intervento serbo. In realtà la Chiesa moderna ha sempre invocato un’autorità di Diritto internazionale per risolvere le controversie tra Stati e mantenere un ordine globale condiviso, orientato a perpetuare, a ripristinare o a costruire la pace.

Basterebbe citare il discorso di Paolo VI sul Diritto internazionale come “cammino obbligato della civiltà moderna e della pace mondiale”, pronunciato al Palazzo di Vetro nel 1965. Per non parlare delle numerose encicliche, come la Pacem in terris di Giovanni XXIII, scritta al tempo dei missili di Cuba. Non a caso il Vaticano ha osservatori permanenti presso le Nazioni Unite. Bergoglio, da buon gesuita, si è sempre mosso nel solco del magistero dei suoi predecessori: in questo caso non si può parlare di “rivoluzione”.

La guerra è un’avventura senza ritorno, aveva gridato Giovanni Paolo II alla vigilia dell’intervento anglo-americano in Iraq, facendo eco a Benedetto XV che definì “inutile strage” la Prima guerra mondiale. Ma questo non gli aveva impedito di esortare un “intervento umanitario” delle Nazioni Unite o di altra autorità mondiale in tutte quelle situazioni “che compromettono gravemente la sopravvivenza dei popoli e dei gruppi etnici”. Wojtyla lo aveva detto alla Conferenza internazionale della Fao del 1992 e ripetuto nel corso di altre contingenze storiche, come i sanguinosi conflitti nei Balcani e in Somalia.

Inoltre, anche se può sembrare contraddittorio, invocare un intervento armato da parte dell’Onu per fermare l’aggressore quando si sono esaurite tutte le altre possibilità, come ha fatto Francesco (che ha preso il nome dal Santo della pace che cercò il dialogo con il sultano), si inserisce nel pensiero pacifista di una Chiesa che ha sempre saputo conciliare istanze profetiche (da Erasmo da Rotterdam a don Mazzolari e a don Milani) con istanze politiche che contemplano a buon diritto l’uso della forza.

Questo filone teologico parte da Sant'Agostino a San Tommaso a San Bernardo da Chiaravalle (autore del trattatello In lode della nuova milizia, dedicato ai Templari, che erano monaci guerrieri) e arriva fino ai papi moderni.

La Chiesa ha sempre unito pacifismo “profetico” a pacifismo “politico”, come il primo avesse il compito di guidare e orientare il secondo. L’articolo 2321 del Catechismo della Chiesa cattolica recita testualmente: “Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale”.

Naturalmente esistono condizioni ben precise per il ricorso all’uso della forza: “Occorre contemporaneamente: che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione”.

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