I primi 100 giorni al Quirinale

Le politiche pubbliche sono l’elemento unificante di una democrazia incrinata dalla sfiducia. Il neo Presidente punta sui cittadini.

Sergio Mattarella è stato eletto alla Presidenza della Repubblica italiana il 31 gennaio 2015. Non sono ancora passati i canonici 100 giorni, ma è possibile fare qualche considerazione sui primi elementi che emergono come distintivi del settennato che si è appena aperto.

Trattandosi del Presidente della Repubblica e non del Capo del governo, queste considerazioni riguardano prevalentemente la dimensione discorsiva e comunicativa che questa figura riveste nella democrazia italiana, piuttosto che quella operativa. Naturalmente il Presidente della Repubblica ha un preminente ruolo istituzionale come garante della Costituzione e diverse, rilevanti funzioni ad esso connesse.

Tuttavia, su questi aspetti le poche settimane passate dall’elezione di Mattarella non danno sufficienti informazioni. Né il nuovo Presidente si è trovato, anche per merito del suo predecessore, a dover gestire immediatamente complesse crisi politiche o istituzionali. Egli va dunque “pesato” alla luce di ciò che ha fatto e detto quale attore istituzionale della comunicazione pubblica, tutt’altro che secondaria in quanto dimensione costitutiva della vita democratica. Non mancano, da questo punto di vista, elementi di novità che è opportuno registrare. 

La novità più visibile e largamente notata è di stile: stile personale che acquista un significato istituzionale. Tutti hanno visto il neo Presidente circolare per Roma a bordo di una utilitaria; viaggiare in treno; andare in tram e tornare a casa per il weekend a bordo di un aereo di linea. Non si può certo dire che Giorgio Napolitano non sia stato un Presidente dallo stile sobrio; ma in questo caso sembra che certe scelte contengano un consapevole significato politico, oltre che esprimere attitudini personali ben note a chi conosce Sergio Mattarella. Il significato è che il Presidente è tale in una repubblica di cittadini e non appartiene a un altro mondo. Il suo status e il suo ruolo non comportano che, nei limiti del possibile, egli non sia una persona come le altre, pur senza concedere nulla all’ultima moda dei politici di professione, quella di presentarsi al pubblico come descamisados (evidente nella recente messa al bando delle cravatte), alludendo al fatto di essere “uomini del popolo”. Da questa retorica il Presidente appare lontanissimo.

Questi gesti sono in sintonia con un nuovo discorso pubblico che Mattarella ha inaugurato al momento stesso del suo insediamento. La novità si può cogliere, a mio parere, considerando tre elementi strettamente correlati di questo discorso: i destinatari, il messaggio e il contenuto.

Quanto ai destinatari, sembra chiaro che il nuovo Presidente ha deciso di rivolgersi ai cittadini prima che al mondo politico e istituzionale. Sarebbe ingeneroso oltre che errato pensare che i predecessori di Mattarella non si siano preoccupati degli Italiani comuni; ma i loro interlocutori primari erano i soggetti delle istituzioni e della politica. Qui, invece, è proprio agli Italiani che ci si rivolge: non solo per confortarli nelle loro difficoltà, ma anche per riconoscere i loro sforzi e per spronarli ad andare avanti, non considerandoli spettatori ma piuttosto attori della costruzione di nuove ragioni per stare insieme, in un’Italia che deve essere pensata soprattutto come una comunità di destino. Il tentativo è rompere il circolo vizioso della sfiducia che in tutto il mondo separa le società dai sistemi politici, e partire da un massiccio investimento di fiducia negli Italiani.

Il messaggio è chiaramente concentrato sull’idea che la Costituzione non sia una reliquia e soprattutto che essa conti e vada valutata per il modo in cui s’incarna nella dimensione quotidiana della democrazia, quella cioè che può inverarla o vanificarla. Il mondo della politica e la pubblica amministrazione sono avvisati che è questo il metro con cui vengono giudicati. Direi che non è casuale che i discorsi rivolti ai giovani magistrati si siano concentrati sul funzionamento della giustizia come servizio pubblico, tenendo sullo sfondo l’eterno conflitto tra giustizia e politica e la questione della responsabilità civile dei magistrati. E ad altro titolo è rilevante il riconoscimento da parte del nuovo Presidente che una risposta alla crisi della rappresentanza politica e dei tradizionali corpi intermedi in questi anni è venuta da forme autonome e impreviste di attivismo organizzato dei cittadini per la tutela di diritti, la cura dei beni comuni come l’ambiente, e il sostegno a soggetti in condizioni di debolezza.

Il contenuto appare coerente con le scelte che riguardano il destinatario e il messaggio. Più che sulla politica il discorso è concentrato sulle politiche pubbliche: scuola, salute, welfare, immigrazione, lavoro, impresa, ambiente, pari opportunità per le donne e i giovani, integrazione europea. Sono questi i luoghi dell’emergenza democratica, e, nello stesso tempo, le opportunità per costruire i legami che sono alla base della cittadinanza comune.

Al momento della sua elezione, di Mattarella si era sottolineato soprattutto il legame con una delle grandi tradizioni culturali e politiche italiane, quella del cattolicesimo democratico. Senza negare tale legame, ciò che appare meno scontato e più interessante è il rapporto con l’Italia di oggi; un’Italia molto diversa da quella canonica e alle cui sfide occorre rispondere con un nuovo approccio alla realtà. Che lo dica il nuovo Presidente della Repubblica può essere considerata una buona notizia. 

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