Il “calo petrolio”

Una medaglia a più facce per l’Africa: allarme liquidità per i paesi esportatori, benefici per quelli importatori, e stallo per i paesi in fase di start-up dell’esportazione.

Un punto percentuale di crescita del Prodotto interno lordo (Pil) dell’intera Africa Subsahariana: a tanto ammonta il costo che la seconda zona del mondo con la maggior crescita economica pagherà nel 2015 per lo storico calo dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali.

A sostenerlo è stato il Fondo monetario internazionale (Fmi) che a gennaio ha ridotto le proprie stime sulla crescita economica dei paesi dell’Africa Subsahariana passando dal 5,8% di ottobre 2014 all’ultimo 4,9%.

Il petrolio rappresenta una parte fondamentale dei bilanci di molte economie dell’Africa che negli ultimi anni hanno registrato i dati macroeconomici più interessanti alzando la media di intere regioni. 

Si tratta soprattutto di Nigeria e Angola, ma anche di Ghana, Ciad, Sud Sudan, Repubblica del Congo, Guinea equatoriale, e, andando a nord, Algeria e Libia (anche se quest’ultima ha problemi ancora più gravi da affrontare).

La Nigeria – primo produttore di petrolio africano, dove questo rappresenta circa 3/4 delle entrate statali – quest’anno ha subito due smacchi sul fronte petrolifero. Il primo, alla fine dell’estate quando il Paese ha interrotto la fornitura di greggio verso gli Usa. Così il gigante dell’Africa Occidentale, che solo fino a 4 anni fa era tra i primi 5 esportatori verso gli Usa, a fine luglio 2014 ha interrotto le spedizioni. Una conseguenza della cosiddetta Shale Revolution a stelle e strisce che, secondo molti commentatori, è dietro anche al forte e repentino calo del prezzo del greggio.

Il secondo smacco per la Nigeria è arrivato proprio con il forte calo del prezzo del barile sui mercati internazionali che ha portato in pochi mesi le sue previsioni di crescita a scivolare da un quasi 8% a un risicato 5% degli ultimi mesi.

Uno sviluppo intervenuto in un momento molto delicato per il Paese alle prese con le fragili elezioni generali (visto il peso che i proventi del greggio hanno sulla politica interna nazionale) e con la grana Boko Haram da affrontare. Uno sviluppo parallelo alla svalutazione della moneta nazionale, naira, e che, se si dovesse prolungare, rischia di minacciare i piani governativi di sviluppo e di differenziazione economica.

Ma se in Nigeria le conseguenze del calo dei prezzi del petrolio vengono appena sussurrate, è in Angola che se ne comprendono meglio gli effetti attuali e potenziali, soprattutto se si prolungasse il regime attuale di bassi prezzi.

Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Finanze angolano, nel 2014 l’attuale costo del greggio sui mercati internazionali ha provocato un ammanco di cassa di ben 5 miliardi di dollari. Lo scorso anno i ricavi delle esportazioni petrolifere sono stati di 27,5 miliardi di dollari, contro i 32,2 registrati nel 2013.

Una situazione che ha spinto anche il governo a rivedere il bilancio recentemente approvato, che prendeva come riferimento un prezzo del barile di petrolio a 81 dollari, mentre attualmente il costo si aggira intorno ai 50/60 dollari.

Ed è sempre a causa del “calo petrolio” che, già lo scorso ottobre, il Presidente angolano Eduardo dos Santos aveva annunciato il ritardo di alcuni progetti infrastrutturali. Nei mesi successivi sono arrivate poi la sospensione della costruzione di decine di migliaia di aule scolastiche e infine, con dichiarazioni rilasciate alla stampa ai primi di febbraio dal ministro dell’Urbanistica e dell’Edilizia Waldemar Pires Alexandre, lo stop temporaneo alla costruzione di strade, autostrade e altri grandi progetti infrastrutturali.

“Le nostre priorità si concentreranno sui progetti finanziati con risorse garantite”, ha spiegato il ministro parlando con imprenditori locali e internazionali il 3 febbraio scorso. Tuttavia, è bene evidenziare come le conseguenze del calo dei prezzi del petrolio siano delicate, ma non drammatiche. Tanto la Nigeria quanto l’Angola, infatti, negli ultimi anni hanno avviato un percorso di differenziazione economica che ha ridimensionato di anno in anno il peso del greggio sulla produzione della ricchezza.

In Angola – come ricordava lo scorso novembre José Maria Botelho de Vasconcelos, ministro angolano del Petrolio – negli ultimi 5 anni il peso in percentuale del petrolio sul Pil è calato dal 60-65% al 41-43%. Anche le riforme fiscali attuate recentemente dai due Paesi potrebbero permettere di contenere le conseguenze negative.

“A medio termine – ha spiegato Charles Wolf, dirigente di Ernst &Young Angola, al principale quotidiano locale – non mi stupirei se l’Angola, grazie alla crescita dell’economia e del settore formale, riuscisse a raccogliere tante entrate da attività non legate al petrolio, da compensare quelle petrolifere”.

Ma nella vasta e composita Africa Subsahariana, il calo dei prezzi petroliferi mostra anche un’altra faccia della medaglia: quella dei paesi che non possiedono oro nero e che sono costretti a importarlo.

Secondo le previsioni del Fmi i paesi importatori vedranno diminuire i costi di produzione (un basso costo del petrolio, infatti, consentirà di produrre energia a minor prezzo) e aumentare le entrate su consumi in aumento. Paesi come Gibuti, Benin e Malawi, risparmieranno, rispettivamente, l’equivalente dell’11%, 6% e 5% del proprio Pil.

Un altro paese che potrebbe trarre gran vantaggio dalla situazione attuale è l’Etiopia la cui nascente industria manifatturiera potrebbe godere di un’ulteriore accelerazione grazie ai risparmi sulle importazioni di petrolio.

Scenario completamente diverso quello dei paesi che si apprestano ad entrare (o sono recentemente entrati) nel club dei produttori di petrolio, che, a seconda della durata di questa fase di bassa dei prezzi del greggio, potrebbero subire ritardi nella nascita e sviluppo della propria industria petrolifera.

Da qualunque lato si giri la medaglia è comunque certo che a sud del Sahara sono tanti gli occhi puntati sui grafici che disegnano l’andamento del Brent.

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