Isolati non si vince

Cinque le fazioni politiche che si contendono il podio del Regno Unito.

 L’ evento chiave per le elezioni generali britanniche del 7 maggio risale a quattro anni fa, quando l’attuale governo conservatore fissò la durata di ogni legislatura a cinque anni con il Fixed-Term Parliaments Act. Il governo riteneva che la norma, spogliando il Premier del tradizionale potere – usato nel 60% delle votazioni dal dopoguerra a oggi – di indire elezioni a proprio vantaggio, avrebbe garantito maggiore stabilità e scoraggiato miopi calcoli politici.

La nuova norma ha però fatto sì che l’odierna campagna elettorale iniziasse già mesi fa. I sondaggi attuali rivelano un’enorme incertezza riguardo all’esito finale e suggeriscono l’inevitabilità di una coalizione che, oltre a indebolire il governo, potrebbe anche influire sulle scelte degli elettori.

I superstiti del sistema bipartitico – i Tory di David Cameron e i laburisti di Ed Miliband – sono stati sopraffatti da nuovi rivali: il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP), spesso etichettato come populista e antieuropeo, ha ottenuto ottimi risultati alle elezioni parlamentari europee dello scorso anno; cresce inaspettatamente la popolarità del Partito Verde; e il Partito Nazionale Scozzese (SNP), perso il referendum per l’indipendenza, si lecca le ferite e si prepara a troncare il lungo dominio dei laburisti.

È pertanto altamente probabile che alle elezioni seguiranno settimane di trattative per il nuovo governo. Di certo Cameron ricoprirà il ruolo di Primo ministro durante i festeggiamenti dell’8 maggio per la fine della Seconda guerra mondiale in Europa.

Le coalizioni sono ormai un modello diffuso in Europa: è così che in Italia, in Svezia, e forse presto anche in Spagna si arginano i partiti antiestablishment.

È probabile che il Regno Unito adotti questa soluzione, dato che i sondaggi elettorali vedono i laburisti e i Tory aggiudicarsi circa un terzo dei voti ciascuno, mentre oltre il 14% va all’UKIP, e il restante 13% viene spartito tra liberaldemocratici e verdi. Ma in un sistema uninominale secco gli equilibri locali contano più delle medie nazionali. Ciò significa che il SNP potrebbe ottenere fino a 51 dei 650 seggi alla Camera dei Comuni con meno di un terzo dei voti rispetto all’UKIP, che invece ne otterrebbe al massimo due, più o meno come i verdi.

Questo secondo Chris Hanretty, politologo della University of East Anglia. In base ai calcoli di Hanretty, pare che la via più breve verso la maggioranza parlamentare di un solo voto sia una scomoda coalizione tripartita capeggiata dai conservatori con il SNP e i liberaldemocratici. I laburisti dovrebbero lanciarsi in acrobazie assai più complesse per fare altrettanto.

Ad ogni modo, a meno che il Partito laburista non venga sconfitto in Scozia, l’esito più probabile vede Miliband alla testa di un governo di minoranza sostenuto dal SNP, anche se il maggior numero di voti andrà ai Tory. È il parere di Alex White, fondatore di Politikos, un think tank sul rischio politico. Potrebbe scorrere del veleno al n° 10 di Downing Street, perché un governo di minoranza non “disporrà del capitale politico necessario per affrontare le questioni maggiori con la debita discrezione,” aggiunge White.

Le coalizioni richiedono compromessi, ma per un governo di minoranza il processo è costante. Grazie al Fixed-Term Act – commenta sarcastico un Lord britannico – le trattative potrebbero protrarsi per 5 anni interi.

Secondo Slavena Nazarova, economista del Crédit Agricole, i Tory di Cameron, stando alla loro agenda, imporrebbero misure di austerity molto più dure rispetto ai laburisti di Miliband. Ma senza un chiaro mandato, le politiche fiscali saranno probabilmente più leggere del previsto e non includeranno misure per la crescita degne di un’agenda keynesiana.

Dato che tutti i partiti contendenti promettono di intervenire sui prezzi degli alloggi, il mercato immobiliare di Londra potrebbe giocare un ruolo decisivo. I laburisti biasimarono gli yuppies per l’impennata degli anni Ottanta; oggi i prezzi alle stelle spingono sempre più persone verso i sobborghi – che si spostano politicamente a sinistra, lasciando i ricchi quartieri centrali nelle mani dei Tory.

Indubbiamente queste elezioni hanno un taglio europeo. In caso di vittoria, Cameron dovrebbe mantenere la promessa di un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Ue. Miliband dovrebbe invece affrontare il problema della coesione interna.

In un certo senso, la Scozia sta ridisegnando la cartina politica del Regno Unito come fece l’Irlanda di un secolo fa – spargimenti di sangue a parte.

Ma in Inghilterra – lo stato più grande del Regno Unito – c’è ancora un clima di forte agitazione, come dimostra la proliferazione dei partiti di peso.

Nel dopoguerra, il 90% dei parlamentari ottenne la maggioranza assoluta nella propria circoscrizione: il sistema uninominale secco fu in grado di assicurare un mandato. Oggi i cambi di alleanze indicano che un profondo mutamento istituzionale è quasi inevitabile se si vuole conferire legittimità al governo.

Ad esempio, Cameron ha avanzato una proposta di legge per cui i sindacati necessiterebbero del supporto del 40% dei membri per indire uno sciopero – una soglia notevole. Come ha osservato infatti Vernon Bogdanor, docente al King’s College di Londra tra i principali costituzionalisti del Paese, 634 degli attuali 650 parlamentari hanno vinto le elezioni con un numero inferiore di voti nel proprio collegio elettorale. 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

banner fest sidebarbanner fest unicredit

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA
GUALA