L’altro volto della Svizzera latina

La diseguaglianza sociale nata durante la dittatura ha prosperato e oggi l’1% della popolazione controlla il 30% del Pil nazionale.

Lo chiamano la Svizzera dell’America Latina. E in effetti i dati sembrano confermarlo. Con un tasso di crescita del Pil che quest’anno supererà il 3%, e un reddito pro capite annuo (a parità di potere d’acquisto) di circa 22mila dollari, il Cile è senz’altro l’economia più solida e avanzata a sud del Rio Grande. Non si tratta di un exploit occasionale.

Tra il 2007 e il 2012 la crescita media annuale del Pil cileno è stata pari al 3,9%. Ma oltre alle luci, ci sono anche le ombre. Parecchie. In questo sottile lembo di terra australe regna la diseguaglianza. La peggiore di tutti i 34 paesi dell’OCSE, Messico e Turchia inclusi.

A fronte di una sperequazione così elevata (il coefficiente di Gini è 0,50), forse i paragoni con la Svizzera possono sembrare eccessivi. Però basta prendere la metro a Santiago, dal quartiere centrale di Bellas Artes a quello più periferico di Las Condes, per capire che la mentalità cilena è a dir poco efficientista. Puntuale e pulita, la metro della capitale potrebbe sembrare quella di Losanna. In realtà, “non trovi mendicanti in metro perché non li lasciano entrare – dice Maria, 30enne di Santiago impiegata nel settore pubblico – però gli indigenti ci sono eccome”. 

Circa il 14% della popolazione cilena è povero, e secondo l'UNDP quasi 500mila persone vivono in estrema povertà. Il punto, sostengono gli esperti, è che anche gran parte del resto della popolazione non se la passa poi tanto bene. Colpa proprio della diseguaglianza, che Dante Contreras, docente di economia alla Universidad de Chile, definisce strutturale. "Dagli anni '50 ad oggi, il Cile è sempre stato profondamente diseguale, soprattutto a causa dell'alta concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristrettissima élite. Qui la mobilità generazionale, quanto a reddito, è molto bassa. Colpa del sistema educativo che non è riuscito a dare le stesse opportunità a tutti, o almeno a quasi tutti". E difficilmente ci riuscirà in tempi brevi. Mantenere un figlio alla Universidad de Chile o alla Católica, i due atenei più prestigiosi del paese, costa circa mille dollari al mese. Una cifra esorbitante per la maggior parte della popolazione.

Ma non è solo l'istruzione ad avere costi elevatissimi. L'accesso a servizi sanitari di qualità, per esempio, è estremamente limitato e condizionato dal reddito. Lo spiega Sarah Gammage, specialista di welfare e sviluppo nonchè consulente allo UN Women di New York. "Nonostante le riforme fatte, la sanità rimane di fatto molto mercificata. Non è un sistema di assistenza universale, anzi si può dire che ogni classe ha il proprio sistema sanitario. Una cosa molto difficile da cambiare, visti anche gli interessi economici che stanno dietro a una sanità simile". Contreras conferma. "La sanità pubblica è buona ma molto lenta, ci sono liste di attesa piuttosto lunghe e le strutture sono di certo meno accoglienti di quelle private". Tra le quali spicca la Clínica Alemana, dove un parto senza complicazioni costa circa 6mila dollari. "In questo paese regna la segregazione economica. Nell'istruzione, nella sanità, negli stipendi, negli alloggi. – sottolinea Contreras – Persino le aree verdi sono concentrate soprattutto nelle zone ricche".

Dopo i 4 anni di Sebastián Piñera, il primo presidente di destra democraticamente eletto dal 1958, c'è chi spera che la socialista Michelle Bachelet, rieletta l'anno scorso, mantenga le promesse fatte durante la campagna elettorale e riduca la diseguaglianza. Ma Juan Pablo Cárdenas, direttore della radio Universidad de Chile e docente di giornalismo presso lo stesso ateneo, non è tanto ottimista. "I politici cileni spendono cifre altissime per le campagne elettorali, inclusa Bachelet, che per le ultime elezioni ha battuto il record. Quei fondi non vengono dai partiti, ma dai grandi gruppi economici, che in definitiva controllano tutti i politici». Non a caso proprio lo scorso marzo i proprietari del gruppo Penta (tra le maggiori società del paese) sono stati posti in custodia cautelare con l'accusa, fra le altre, di aver corrotto vari politici vicini all'ex presidente Piñera con finanziamenti illegali delle loro campagne elettorali.

Anche il tessuto economico è profondamente oligarchico. "I business più redditizi, come l'acqua, il gas e le grandi miniere di rame, sono in mano a multinazionali straniere. – spiega Cárdenas – Il resto, cioè le miniere più piccole, le poche industrie del paese, la pesca, l'agricoltura e l'export di alcuni prodotti, è sotto il controllo di appena 16 famiglie cilene. L'1% della popolazione controlla oltre il 30% del Pil nazionale". Si tratta di uno dei tanti (e poco graditi) lasciti dell'era Pinochet. Eppure neanche all'ex dittatore si può dare la colpa di tutto. "Queste grandi fortune sono nate durante la dittatura. – osserva Cárdenas – Ma sono cresciute a dismisura nei successivi 25 anni di democrazia".

Con una simile concentrazione della ricchezza, e le forti limitazioni al numero di "privilegiati" in grado di studiare nelle università più rinomate, il sistema oligarchico cileno pare progettato per non cambiare mai. Certo, la massiccia diseguglianza fa indignare molti. In primis gli studenti, che a dispetto di tutto non si rassegnano. Negli ultimi anni hanno organizzato numerose manifestazioni per chiedere un sistema di istruzione più giusto. Manifestazioni durante le quali, secondo varie ong internazionali per i diritti umani, la polizia ha fatto un uso eccessivo della forza, anche contro dei minorenni. E del resto, lo dice il motto nazionale stesso del Cile: "por la razón o la fuerza" (con la ragione o con la forza).

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