La guerra del petrolio

La dinastia saudita, simbolo di stabilità, gioca le partite regionali e internazionali puntando alla coesione dell’islam arabo sunnita.

Lo scorso 24 gennaio la Casa Bianca ha annunciato che Barack Obama avrebbe concluso anticipatamente la visita in India. Sarebbe volato a Riyad a porgere al nuovo re saudita, Salman, le condoglianze per la morte del suo predecessore, re Abdullah, scomparso il giorno prima all’età di 91 anni.

Il repentino cambio nel programma di viaggio del Presidente Usa non è passato inosservato. Diversi commentatori l’hanno interpretato come naturale conseguenza dell’accresciuto peso dell’Arabia Saudita sullo scacchiere mediorientale a seguito della Primavera araba.

Mentre infatti i Capi di stato di Tunisia, Egitto, Libia e Yemen cadevano sotto le rivolte popolari e la Siria si avvitava in una guerra civile ancora in atto, Riyad restava sorprendentemente a margine delle proteste. Anzi, si accreditava come importante arbitro nei conflitti interni alle nazioni confinanti. 

Secondo paese arabo per estensione dopo l’Algeria, l’Arabia Saudita è culla dell’islam sunnita e sede dei luoghi santi di Medina e La Mecca; in essa l’ortodossia salafita ha una grande influenza sulle leggi dello stato che si rifanno alla Shariʿah.

Ma è anche a capo dell’Organizzazione dei paesi produttori di petrolio (OPEC), con riserve in valuta estera che la World Bank nel 2013 indicava in oltre 737 miliardi di dollari. Sotto la guida dello scomparso re, ha instaurato una fitta rete di rapporti diplomatici la cui punta di diamante è rappresentata dalle relazioni con gli Stati Uniti.

Salito al trono nel 2005, Abdullah svolgeva di fatto funzioni di reggente già dal 1995. Il suo regno si è caratterizzato per gli investimenti in Istruzione, Infrastrutture e Difesa e per piccole aperture sociali nei confronti delle donne – a cui viene negato di guidare l’automobile ma che dal 2013 hanno facoltà di votare alle elezioni municipali.

Considerate le precarie condizioni di salute, Abdullah aveva da tempo riunito il Consiglio di fedeltà – l’organismo che regola la selezione dei re sauditi – e pianificato la successione indicando nei suoi fratellastri, l’ex ministro della Difesa Salman e l’ex capo dell’Intelligence Muqrin, rispettivamente il principe ereditario e il suo vice.

Come primo atto di governo dopo aver ridisegnato il suo gabinetto, il 79enne Salman ha elargito un premio pari al salario di due mensilità ai dipendenti pubblici, i soldati, i pensionati e gli studenti. “Non dimenticatemi nelle vostre preghiere”, ha chiesto in un tweet ai Sauditi.

La misura può apparire come una nota di colore, ma secondo una stima del finanziere John Sfakianakis riportata dal New York Times arriverà a costare 32 miliardi di dollari. Per capirne il senso basti considerare che Abdullah decise gratifiche di portata analoga nelle settimane più calde della Primavera araba.

Nel primo discorso da re, Salman ha affermato che avrebbe “continuato a seguire i corretti indirizzi politici che l’Arabia Saudita ha perseguito sin dalla sua istituzione” e ha poi aggiunto che “le nazioni arabe e islamiche hanno un disperato bisogno di solidarietà e di coesione”.

Parole sibilline, che però danno il senso di una politica estera volta a stroncare pericolosi focolai di rivolta, nell’affannoso tentativo di tenere uniti gli Arabi e l’islam sunnita contro l’influenza dei maggiori rivali nel potere regionale: ovvero gli ottomani “laici” della Turchia e – soprattutto – i persiani sciiti dell’Iran. Tentativo che il graduale disimpegno degli Stati Uniti in Medio Oriente rende oggi più complicato che mai.

Ecco allora dove hanno origine le contrapposizioni con i Turchi in Egitto – dove Riyad finanzia il governo di al-Sisi e Ankara il deposto Presidente Morsi – e in Libia, con l’analogo dualismo a favore del riconosciuto governo di Tobruk da una parte e di quello tripolitano sostenuto dai Fratelli musulmani dall’altra.

Ma anche le continue interferenze in chiave anti-iraniana in Bahrein e Yemen, e la timida partecipazione alla coalizione militare contro lo Stato islamico – con gli interventi in Siria e le cautele in Iraq. E infine anche l’uso della più importante delle leve in mano ai Sauditi, il petrolio, di cui sono il maggiore esportatore al mondo.

Lo scorso dicembre, nonostante il calo della domanda globale e il prezzo del greggio sceso di oltre il 40% dai massimi di giugno, il ministro del Petrolio saudita Ali al-Naimi annunciava a nome dell’OPEC che non ci sarebbero stati tagli alla produzione.

Le sue parole hanno accelerato la caduta dei prezzi che a metà gennaio sono arrivati a toccare il minimo da sei anni, con il Brent a 48 dollari al barile. La mossa ha spiazzato gli analisti, nessuno riteneva che i Sauditi attuassero volontariamente una politica di riduzione dei prezzi che avrebbe necessariamente penalizzato anche le casse del regno.

Allo stupore iniziale sono subentrate due considerazioni: primo, con le sue imponenti riserve valutarie, l’Arabia Saudita può permettersi per anni di non soffrire troppo della situazione; secondo, i prezzi bassi avrebbero pesato maggiormente sui produttori con margini di guadagno inferiori, riuscendo in alcuni casi a soffocarne le velleità.

Per gli economisti si trattava di un’arma commerciale rivolta contro il petrolio di scisto che ha reso gli Stati Uniti energeticamente indipendenti. Tanto che a febbraio l’ex Presidente della Federal Reserve Alan Greenspan scriveva sul Financial Times: “Stiamo per scoprire se i produttori di scisto, messi con le spalle al muro, potranno mantenere gli investimenti nel petrolio innovativi e redditizi”.

Se questa era l’intenzione dei Sauditi appare oggi un’arma spuntata. L’International Energy Agency prevede che la domanda torni a crescere nel terzo e quarto trimestre del 2015. Nel frattempo il Brent è risalito intorno ai 60 dollari e i prezzi sembrano essersi stabilizzati. Pur dolorosa per alcune compagnie non sembra una soglia proibitiva per i produttori di scisto.

Più penalizzati risultano altri attori in gioco, a cominciare dalla Russia di Putin, malvista da Riyad per l’appoggio al governo siriano di Assad e per le relazioni con Teheran e Ankara. Oggi Mosca è in sofferenza per le sanzioni europee e affronta una crisi del rublo dipendente in buona parte dalla caduta dei prezzi energetici.

E poi proprio l’Iran di Rouhani, la cui produzione di petrolio e gas è già fortemente sottodimensionata a causa dell’embargo occidentale. Se a questi paesi si aggiunge il Venezuela di Maduro le cui riserve di greggio sono superiori a quelle saudite ma hanno costi di estrazione maggiori, si tratta di nazioni, tutte, che hanno spinose relazioni con gli Usa.

Forse allora, guardando con più attenzione, l’improvviso volo di Obama a Riyad, non era solo il “dovuto cordoglio” per la scomparsa di una figura centrale in Medio Oriente; quanto più propriamente l’“interessato benvenuto” a un alleato prezioso, capace di dimostrarsi economicamente utile sul piano globale. 

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