La rivoluzione della Digital Diplomacy

La politica estera sviluppa un linguaggio per la conquista strategica del Web.

REUTERS

Vista da Washington, la rivoluzione provocata da Internet sulla politica estera appare sempre più profonda. Sono passati solo 5 anni da quando al Dipartimento di Stato Anne Marie Slaughter, Jared Cohen e Alec Ross inauguravano, su impulso dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, la strategia per portare la diplomazia nell’era digitale utilizzando le nuove tecnologie per raggiungere i cittadini, le aziende e le organizzazioni non governative.

Il New York Times in un noto articolo del luglio 2010, intitolato Digital Diplomacy, raccontò in dettaglio questo cambio di forma e di sostanza. Le innovazioni si sono fatte strada.

La capitale Usa è uno snodo centrale di un nuovo “ecosistema” che ha moltiplicato le occasioni di contatto tra le ambasciate, i rispettivi ministeri e il mondo esterno. I numeri di questa rivoluzione parlano da soli. Secondo l’ultimo rapporto Twiplomacy elaborato dalla Burson-Marsteller, l’83% dei 193 Paesi membri dell’Onu ha una presenza ufficiale su Twitter. 

Oltre i due terzi (68%) di tutti i capi di stato e di governo possiedono oramai account personali sul social network. Il Primo ministro finlandese Alexander Stubb ha scritto in un tweet del 2014: “La maggior parte di coloro che criticano Twitter spesso non ci sono dentro. Questo posto mi piace, è la miglior risorsa d’informazioni. Ed è un grande modo di sintonizzarsi e comunicare”. Lo sanno bene i leader mondiali: il più seguito su Twitter è il Presidente Usa Barack Obama con 56,2 milioni di follower, seguito da papa Francesco con oltre 19,3 milioni su 9 account in lingue diverse, e dal Premier indiano Narendra Modi (oltre 10,6 milioni). Il leader europeo più seguito su Twitter è il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi (1,7 milioni di follower), seguito dal britannico David Cameron (931mila) e dal francese François Hollande (910mila).

Anche le reti diplomatiche hanno visto un’espansione massiccia nei social media. Sono oramai oltre 3.500 gli ambasciatori e le ambasciate attive su Twitter nel mondo. In città come Londra, New York o Washington le missioni diplomatiche non possono più permettersi di ignorare la frenetica attività sul social network. L’ambasciata d’Italia a Washington, guidata da Claudio Bisogniero, è una delle più attive nella creazione di un “ecosistema collaborativo”.

La definizione è di Andreas Sandre, Press and Public Affairs Officer dell’Ambasciata, esperto di social media e oramai al suo secondo libro sull’argomento: dopo Twitter for Diplomats del 2013 ora torna con Digital Diplomacy: Conversations on Innovation in Foreign Policy, appena pubblicato da Rowman & Littlefield. “L’ambasciata – spiega Sandre – sta sperimentando i social media sia sul versante della comunicazione sia su quello dell’ecosistema collaborativo che dev’essere creato attorno ai social media. Siamo fortunati ad avere un ambasciatore che sostiene il lavoro sul digitale e che è presente personalmente su Twitter. Dal punto di vista della collaborazione l’ambasciata dal 2012 ospita una serie di discussioni, la Digital Diplomacy Series, alle quali invitiamo personaggi come Alec Ross, David Ignatius, ed esponenti che vanno dalla Casa Bianca allo State Department con scambi di opinioni che ci possono aiutare a definire le best practices”.

Uno dei pareri più ascoltati, ospitato il 5 febbraio 2014, è quello della presidente della New America Foundation, Anne Marie Slaughter che dal 2009 al 2011 è stata la prima donna a guidare la direzione strategica di Policy Planning al Dipartimento di Stato.

Oggi, ha detto, esistono due canali per la politica estera, e occorre utilizzarli insieme. Il primo è la “strategia della scacchiera”, nella quale due principali attori studiano attentamente le azioni reciproche per poi decidere cosa fare. Ma in un mondo iperconnesso e globalizzato a tale schema tradizionale va affiancata una politica di Internet, metafora di “rete delle reti”, dove interagiscono in tempo reale molti attori: i diversi stati, le reti globali di ministeri come quelli finanziari e della giustizia. Esistono anche reti del business, della società civile, dei criminali e dei movimenti sociali. “Oggi la politica estera assomiglia a una rete di tutte queste diverse reti”, ha sottolineato Slaughter rimarcando il ruolo di Hillary Clinton nell’aver riconosciuto tali cambiamenti, riorganizzando sul digitale l’attività dello State Department per raggiungere tali soggetti. Tale cammino è tutt’altro che concluso: “Abbiamo ancora un apparato di politica estera creato primariamente per la scacchiera mentre ce ne serve uno per il mondo di Internet. E in ultima analisi dobbiamo capire come promuovere interessi nazionali e globali in quel mondo”.

A Foggy Bottom una delle frontiere più “calde” della diplomazia digitale è il contrasto alla propaganda del sedicente Stato islamico e della sua rete di sostenitori, che produce attualmente 90mila tweet al giorno. Al centro della strategia c’è una piccola agenzia, il Center for Strategic Counterterrorism Communications (CSCC) creata nel 2011, e guidata da un esperto di comunicazione: il sottosegretario Richard Stengel, ex caporedattore di Time Magazine.

Lo scopo è quello di coordinare e amplificare la “controinformazione” anche da parte di organismi molto più grandi (Pentagono, Homeland Security e agenzie di intelligence) e di fornire una “narrativa” alternativa da convogliare su quei siti in lingua inglese usati dai jihadisti per reclutare e raccogliere fondi.

Ancora un nuovo linguaggio per la politica estera che, circa 170 anni fa, ebbe il primo shock tecnologico sintetizzato dall’esclamazione attribuita all’allora ministro degli Esteri britannico Lord Palmerston dopo aver ricevuto il suo primo telegramma: “Mio Dio, questa è la fine della diplomazia!” 

@lucaborsari 

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