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MERCATI & POLITICA - Grecia: la più grande cancellazione di debiti della storia

La strategia di Syriza ha compattato il fronte Ue. Ora, dovrebbe rendere un buon servizio anche alla Grecia.

 La Grecia ha passato cinque anni duri. Una dolorosa stretta fiscale e le riforme adottate nell’ambito della crisi europea hanno contribuito a una riduzione del Pil reale di quasi il 25%. I problemi di fondo risalgono agli anni Novanta, quando le agenzie governative manipolarono i dati economici più importanti per farli apparire migliori.

Nel 2002 l’Eurostat si rifiutò di validare i dati statistici trasmessi dalla Grecia, e secondo l’OCSE i dati corretti avrebbero impedito al Paese di qualificarsi per l’ingresso nell’eurozona nel 2000.

La crisi greca ha acquisito una maggiore risonanza pubblica a novembre 2009, quando il neoeletto Primo ministro George Papandreou svelò la vera portata, allora sconosciuta, delle menzogne del Governo precedente sui dati fiscali. Il disavanzo statale era pari al 12.9% del Pil – disse il Premier – e non, come era stato pubblicato, al 6%. 

Quest’annuncio è costato alla Grecia l'accesso ai mercati finanziari e ha provocato un declassamento a valanga del rating del Paese. Di fronte all'enorme bisogno di finanziamenti, la Grecia non poteva che chiedere il sostegno economico dei partner europei e del FMI. In cambio della promessa di impegnarsi a ridurre l'elevato deficit pubblico e di riformare l'economia per aumentare la competitività internazionale, la Grecia ha ottenuto dal FMI il più corposo piano di salvataggio della storia, integrato da aiuti dei membri dell'Eurozona. E i suoi creditori commerciali hanno acconsentito alla più grande cancellazione di debiti della storia.

In tutto, a seconda dell’indice di attualizzazione, il cittadino greco medio ha ricevuto durante la crisi aiuti pari a EUR 8.000-12.000 in valore netto attuale, molto al di sopra di quelli destinati agli stati più poveri in una qualsiasi unione politica federale. I pagamenti degli interessi del Governo greco in percentuale sulle entrate fiscali sono scesi al di sotto di quelli di molti dei nuovi Paesi creditori, inclusi Italia e Portogallo.

Durante una crisi finanziaria, è ragionevole chiedersi quale sia la più adeguata ripartizione degli oneri tra creditori esistenti, nuovi prestatori esteri (del settore pubblico) e popolazione. In ogni caso, il supporto che la Grecia ha ricevuto dagli altri contribuenti europei, dal FMI e dai creditori commerciali in confronto agli sforzi dei cittadini greci è stato notevole. Non è chiaro se all'interno della società greca la ripartizione sia stata del tutto equa.

Non sorprende che, in termini macroeconomici, le cose abbiano funzionato. La crescita è ripresa all'inizio del 2014, aprendo una fase di recupero che dovrebbe garantire nuovi posti di lavoro e un reddito migliore nel giro di un anno.

Tuttavia, a gennaio 2015, proprio quando si notavano i primi segni di miglioramento, la Grecia ha eletto un nuovo parlamento che ha portato al potere Syriza, il partito che prometteva di annullare varie misure fiscali (tra cui i tagli ai salari pubblici e alle pensioni), interrompere i piani di privatizzazione, e chiedere proroga di bail-out all'Eurozona e al FMI. Una promessa audace sotto qualunque prospettiva, internazionale o storica.

A quanto pare, la strategia del nuovo Governo di chiedere più soldi ai creditori esteri in cambio di vaghe promesse di riforme (finanziate per il momento dalla BCE) si reggeva sulla supposizione che la Germania fosse il principale fautore di un disegno ritenuto fallimentare, e che un numero decisivo di Paesi europei si sarebbe schierato con la Grecia, isolando la Germania.

Questa strategia ha fallito miseramente per validi motivi. Invece di spezzare l'Europa, creando una maggioranza a favore di uno stop al consolidamento fiscale e alle riforme, e di una definizione approssimativa (contraria agli accordi) del finanziamento monetario, la strategia greca ha unito gli altri 18 membri dell'Eurozona nell'appello a un approccio strategico serio.

E così al Governo greco restano due alternative: una profonda inversione politica, adottando quello che si potrebbe definire il “consenso Bruxelles-Francoforte” sulle politiche economiche dell'Eurozona, o continuare su questa brutta china che sicuramente porterà la Grecia al declino economico, se non al caos. Le conseguenze politiche sono ancora sconosciute.

Il continuo ritiro di denaro dal sistema bancario si può in parte contrastare con misure quali il controllo sui movimenti di capitale. Ma il mancato pagamento delle tasse non si risolve da un giorno all'altro date le debolezze istituzionali.

Con il calo dei redditi e l'incapacità di pagare a pieno i salari e le forniture, molti servizi pubblici, come l'educazione e l'assistenza sanitaria, rischiano di deteriorarsi ulteriormente. Questa situazione finirà per minare l'autorità del Governo, portando lo Stato greco al fallimento. In un simile scenario, si prospetta una caduta a picco del PIL, probabilmente un ulteriore 20%-40%. L'emigrazione dei giovani e non solo è un'altra conseguenza naturale e un altro ostacolo alla ripresa.

L'opzione spesso citata di lasciare l'Eurozona e introdurre una nuova valuta nazionale è improbabile e inattuabile. Innanzitutto, il Governo sa che uscire dall'Eurozona equivarrebbe al suicidio politico. Inoltre, una valuta parallela (benché provvisoria) con poco valore internazionale sarebbe pressoché inutile, e di certo non sarebbe la più adatta a pagare impiegati pubblici e pensionati.

Per emettere una moneta efficace il Governo ha bisogno di una certa dose di fiducia da parte della popolazione. A giudicare dallo status quo (in particolare dal pagamento delle tasse e dal ritiro dei depositi) non sembra che questa fiducia esista, quindi la nuova valuta avrebbe comunque poco valore.

Al Governo greco resta la scelta di adeguarsi all'agenda europea, approvata dai più, o passare alla storia come la forza politica che ha affondato lo Stato greco.

Si può solo sperare che scelgano la prima opzione.

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