Mindanao: nuovo centro di reclutamento Isis

Il massacro di Mamasapano, “l’11 settembre delle Filippine”, allontana il precario processo di pacificazione a Mindanao.

Dopo 120mila morti e milioni di sfollati, nel sud delle Filippine la pace sembrava a portata di mano. Anni di negoziati, due passi avanti e uno indietro, erano finalmente confluiti in un accordo per una sostanziale autonomia alla comunità musulmana, minoritaria in un arcipelago per lo più cattolico ma maggioritaria nella regione meridionale.

Stanchi dopo decenni di conflitto, tutti sembravano volere l’intesa, dal Presidente al principale gruppo di guerriglieri: mancava solo la ratifica del Parlamento, attesa a breve. Ma poi è arrivato quello che è stato definito “il massacro di Mamasapano”, “i 44 caduti” di una forza d’élite della polizia finita in un’imboscata dei ribelli. 

Il Presidente Benigno Aquino, che stava per entrare nell’ultimo anno di mandato ancora forte di un largo consenso, è ora sulla difensiva. Aveva investito un enorme capitale politico sulla pace con il Fronte islamico di liberazione Moro (Milf), il più nutrito gruppo di ribelli dell’isola di Mindanao, concedendo loro una regione di effettivo autogoverno (Bangsamoro) in un’area considerata ancestrale dai musulmani filippini.

Ora vede il suo progetto attaccato da più parti, con il rischio che venga strangolato nell’ultima fase di gestazione. Se prima c’era un cauto ottimismo, ora il pessimismo regna. E c’è persino l’ombra fondamentalista dell’Isis a spaventare, per il suo potenziale di affascinare i gruppi più radicali nella galassia islamica di una delle aree più povere delle Filippine.

L’esatta dinamica degli eventi del 25 gennaio nella giungla attorno a Mamasapano non sarà forse mai appurata. Ma la sostanza non cambia: parliamo dello spettacolare fallimento di una missione nata per catturare due terroristi islamici. Sono morti entrambi: il malese Zulkifli bin Hir, considerato uno di quelli più di spicco nella regione, e Abdul Basit Usman, un leader dei Biff (Combattenti islamici per la libertà di Bangsamoro), un gruppo di irriducibili staccatisi dal Milf perché ostili al processo di pace, e che ospitavano il superterrorista in un loro campo.

Nella ritirata, i poliziotti sono finiti anche nella morsa dei guerriglieri del Milf. Alla fine della battaglia, durata dodici ore, si sono contati 44 paramilitari morti, oltre a 18 ribelli e 6 civili.

Il massacro ha avuto l’effetto di un “11 settembre” sull’opinione pubblica filippina. Molti hanno visto confermate le proprie idee sui ribelli: infidi, disonesti e pronti a pugnalarti alle spalle quando meno te l’aspetti. Sui social network si è vista una valanga di esortazioni alla violenza per “fargliela pagare”. Da parte sua il Milf – che conta ancora su oltre 10mila uomini armati – ha detto di non essere stato avvertito del raid e di aver agito per autodifesa. “Non potrei aver immaginato un evento peggiore, per quanto riguarda l’impatto negativo sul processo di pace. Fa male al cuore pensare quanto fossero vicini”, spiega Zachary Abuza, un analista politico che studia da tempo le Filippine. “Il Congresso stava per votare sulla Legge Bangsamoro, e l’avrebbe approvata solo con pochi emendamenti minori”.

E invece il mondo politico, già con un occhio alla campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno, ha assorbito gli umori della gente. Il voto su Bangsamoro è congelato fino a giugno. Nel frattempo, alcuni politici una volta a favore ora sono contro. Il testo finale sarà probabilmente stravolto da emendamenti che l’avranno annacquato, e a quel punto è probabile che sarà il Milf a sentirsi tradito; i musulmani sono tradizionalmente diffidenti verso la presenza cattolica nell’area, prodotto di una “colonizzazione interna” incoraggiata per diluire la concentrazione di musulmani lì presenti prima che nelle Filippine arrivassero i colonizzatori spagnoli. In ogni caso, il tempo stringe: nel maggio 2016 si voterà per un nuovo Presidente. Se l’accordo di pace non sarà presto nero su bianco, il progetto di Aquino rischia di saltare.

Il Presidente, aspramente criticato per aver autorizzato la catastrofica missione, ha cercato di ribadire l’importanza del momento storico, paragonando la pace a Mindanao alla “rivoluzione popolare” che a metà degli anni Ottanta portò al potere sua madre Corazòn e pose fine al governo autoritario di Marcos. “Se chi è contro l’accordo avrà successo, a Mindanao la violenza riprenderà senza sosta. Quante nuove tombe dovremo scavare?”, ha detto in un discorso alla nazione.

Già nel 2008 la pace sembrava a un passo. L’intesa fu però bocciata dalla Corte suprema, dopo che dei politici cristiani del sud si erano lamentati di non essere stati consultati nell’accordo per una maggiore autonomia ai musulmani. “Ma quella volta – spiega Abuza – avevano molti alleati. I militari erano contrari al processo di pace, l’allora Presidente non era entusiasta. Fino a gennaio di quest’anno le condizioni erano diverse, molti ostacoli erano stati neutralizzati”.

Anche i musulmani erano soddisfatti: la nuova regione Bangsamoro, era nelle loro speranze, avrebbe finalmente fatto sviluppare l’area mantenendo qui i proventi delle sue abbondanti risorse naturali.

A complicare la situazione c’è anche la presenza di gruppi minori ma più radicali del Milf, timorosi di perdere influenza in un sud pacificato. Tra questi c’è il Biff ma anche Abu Sayyaf, formatosi all’inizio degli anni Novanta e dedito ai rapimenti anche di stranieri per finanziarsi.

Da anni considerato legato ad Al Qaeda, ora è sotto osservazione per i suoi sospetti contatti con i fondamentalisti dell’Isis. L’anno scorso, leader di entrambi i gruppi hanno giurato fedeltà al Califfato islamico, e la stampa filippina ha riportato l’arrivo di “reclutatori” dell’Isis a Mindanao; si è parlato anche di 200 Filippini andati a combattere in Medio Oriente. Le prove non sono mai emerse, e diversi esperti considerano l’appoggio all’Isis più una trovata pubblicitaria che una vera minaccia. Ma in un clima di sfiducia reciproca con i cattolici, una nuova ventata di vittimismo tra i musulmani aumenta il rischio che quella minaccia un giorno diventi realtà.

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