Un seme nella City

Intervista all’architetto Michele De Lucchi, autore del progetto Pavilion, inaugurato in contemporanea all’Expo .

UniCredit Pavilion nasce nell’anno dell’Expo, ma al contrario delle altre realizzazioni da lei curate per l’evento è un investimento destinato a durare. Come ha affrontato queste diverse sfide?

Il Pavilion nasce per caratterizzare un’area che ridisegna una parte nuova della città destinata a cambiare in modo permanente il volto di Milano modellando la sua fisionomia, questo è il primo criterio che mi ha guidato. Per Expo, all’opposto, si è reso necessario ottimizzare e migliorare l’uso del suolo destinato alle opere evidenziandone la condizione di temporaneità per valorizzare lo spazio occupato senza determinarne permanentemente l’utilizzo futuro. È sempre più necessario, oggi, individuare soluzioni che sappiano dare valore al suolo utilizzato. Nella nostra epoca, al contrario di quanto è stato fatto in passato, non è più necessario costruire architetture per sfidare l’eternità e ingombrare inutilmente il pianeta.

Da cosa trae origine la forma del Pavilion e qual è il rapporto con l’ambiente che lo circonda in quello che ormai si configura come il quartiere degli affari di Milano?

La sua forma – un seme – è l’elemento di congiunzione tra il verde del parco e il moderno quartiere degli affari che caratterizza la zona e che le torri delineano con le loro forme e la loro identità.

La tecnica e il suo significato: in che senso “non ha fondamenta”?

Bisogna costruire senza consumare ulteriore terreno vergine, non possiamo più permetterci di occupare nuovi spazi. Il fatto che la necessità di costruire senza fondamenta fosse una scelta tecnicamente obbligata dal sito del Pavilion ha costituito per me una nuova sfida e mi ha dato la possibilità di operare senza sottrarre ulteriore spazio alla natura.

La scelta dei materiali. Se in altre città del mondo per strutture simili (Opera House di Sidney, Esplanade di Singapore) si sono scelte coperture “moderne” qui a fare da padrone è il materiale più antico: il legno. Un elemento di contrasto con il vetro delle torri, oppure un richiamo alla natura e all’architettura di un tempo?

La scelta dei materiali, più che la scelta delle forme, nasce in funzione di un’epoca. Nella fattispecie la nostra è un’epoca profondamente diversa da quella in cui furono costruiti quegli edifici – rispettivamente gli anni Settanta e Novanta – e profondamente diverse sono le necessità e i bisogni a cui anche l’architettura deve rispondere. Il legno mostrerà negli anni il senso dello scorrere del tempo con i cambiamenti che gli sono connaturati tramite l’invecchiamento. Con la sua naturale ossidazione rappresenta meglio di qualsiasi altro materiale la temporaneità rispetto alla permanenza.

All’architettura si richiede ormai non solo funzionalità ma anche sostenibilità, questo come ha influito sul progetto del Pavilion?

Rispetto per l’ambiente, questo è oggi il compito principale che è demandato all’architettura affinché contribuisca a fare del nostro mondo un ambiente sempre più sostenibile. Non è più concepibile costruire edifici che consumino e sottraggano più risorse del necessario.

In Italia abbiamo i centri storici più belli del mondo e alcune tre le periferie più brutte d’Europa. Oggi il Pavilion contribuisce a nobilitare quella che un tempo era periferia e porta Milano direttamente nel futuro. Una nuova responsabilità per l’architettura?

La periferia ha raccolto da sempre la parte più povera delle città e da ciò deriva la poca cura che in passato si è avuta nei suoi confronti. Attenzione però, stiamo vivendo un momento unico: quello in cui all’architettura si richiede di dare dignità alle periferie perché proprio loro sono la porta d’ingresso delle città, il loro biglietto da visita. Intenderle come paesaggio della città dà la possibilità di trasformarle, non solo perché ci è richiesto a gran voce da chi le abita, ma perché la città tutta ne ha una necessità ormai imprescindibile.

Più difficile sarà invece gestire la mutazione antropologica dei centri storici che si sta delineando in questi anni. Una mutazione, che soprattutto in alcune città coincide con uno svuotamento umano, che non è del tutto compresa e che sarà di difficile gestione.

Cosa ne pensa dello skyline di Milano, immobile per 50 anni e poi improvvisamente cambiato?

È stupefacente costatare come un mutamento così radicale sia avvenuto in così poco tempo e tutto ciò è bellissimo! 

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GUALA
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