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Zhu Yuhua, vicepresidente del CCUP

Il vicepresidente del China Corporate United Pavilion mette a confronto il metodo di lavoro cinese con quello italiano.

 La Cina e l’Italia sono più vicine che mai, grazie a Expo 2015. L’evento internazionale che si è appena aperto a Milano lascerà una significativa eredità economica a entrambi i Paesi. Ne è sicuro Zhu Yuhua, vicepresidente del China Corporate United Pavilion, il padiglione di imprese cinesi presente a Expo 2015.

La Cina ha ospitato l’ultimo Expo di Shanghai, nel 2010. E ora tocca a Milano. Cosa è rimasto alla Cina di quella esperienza?

Ci è rimasto un grande entusiasmo. Tante imprese hanno avuto opportunità dirette e indirette. E Shanghai si è potuta migliorare in tutto, dalla viabilità all’ambiente. Milano è una città gemellata con Shanghai. Il nostro Presidente Xi Jinping ha ribadito più volte che la Cina deve appoggiare l’Italia, e Milano soprattutto. E infatti è per questo che ci siamo subito messi a lavorare sodo per completare in tempo i tre padiglioni, quello istituzionale, quello di Vanke e CCUP (China Corporate United Pavilion). Non è un caso che li abbiamo completati con due mesi di anticipo. 

E cosa si farà nei padiglioni?

Prima di tutto, è la nostra vetrina di presentazione. Quindi tanto networking, tanti incontri ad hoc per far conoscere i nostri business, la nostra cultura. Sono tre padiglioni sempre aperti, con mostre ed eventi ogni giorno. Dall’arte pittorica alla fotografia, passando per i classici incontri per gli imprenditori.

Quante visite stimate dalla Cina?

Fino a oggi abbiamo venduto 1,2 milioni di biglietti. Questi solo in Cina e ne stiamo ancora vendendo. Ma non vogliamo che i Cinesi visitino solo Milano. Stiamo organizzando una serie di viaggi collaterali, degli itinerari, in modo da far sì che i turisti vedano anche Venezia, Roma, Firenze, le Langhe, per esempio.

Da un punto di vista delle imprese, perché una società cinese dovrebbe essere interessata a partecipare a Expo 2015?

Non ci saranno solo le tre delegazioni ufficiali, ma anche delegazioni imprenditoriali. Per le imprese cinesi è una grande opportunità per internazionalizzarsi. È la prima volta, dall’Expo del 1915, che le società cinesi si sono unite e hanno fatto gruppo a livello internazionale per essere presenti in modo sistemico. L’Italia dovrebbe prendere spunto da questo approccio. Le aziende italiane si dividono in due: i singoli con una certa potenza economica, come Barilla o i marchi del lusso come Armani, si sanno muovere a livello internazionale mentre quelle medio-piccole non sono capaci di internazionalizzarsi. Secondo me, queste ultime sono un giacimento stupendo, perché possono davvero fare il salto tramite Expo. A Milano verranno circa 200 società cinesi, forse anche più, che organizzeranno incontri su base quotidiana per far vedere le nostre eccellenze e fare networking con le vostre realtà. Per noi è fondamentale essere presenti, sia per esporre sia per imparare dal resto del mondo.

Una domanda scomoda. I giornali italiani, alla vigilia di Expo 2015, hanno evidenziato molti ritardi nella costruzione dei padiglioni degli espositori. Voi avete mai registrato problemi di qualche tipo con le amministrazioni italiane?

In linea di massima è andato tutto bene, molto regolare. Sicuramente qualche intoppo burocratico c’è stato, ma noi abbiamo pianificato bene e con anticipo. È solo così che ci si può preparare a un evento così cruciale.

Si dice tanto che l’Expo 2015 potrà essere funzionale al rilancio economico italiano. Cosa può essere questo evento per l’Italia e che mano può dare la Cina?

Expo 2015 è una grande spinta per l’economia italiana, anche se adesso non ne vediamo i frutti, una volta finito il Pil sarà aumentato. L’Italia a oggi ha stimato circa 24 milioni di visitatori. Expo 2015 è prima di tutto turismo, senza dubbio. Il 65% dei siti Unesco a livello globale è in Italia. Ogni luogo ha la sua storia, la sua cultura, ogni luogo è una meta turistica per tutti quelli che amano la vita. Secondo me l’Italia dovrà far fruttare l’Expo 2015 in prevalenza per il turismo, può essere una vetrina senza precedenti. Ci saranno dei risultati nel lungo periodo.

Qualunque opera dell’uomo, in quanto fallibile, può presentare degli errori. E dato che la Cina ha organizzato un Expo prima di noi, quali sono i tre errori che non deve far l’Italia?

(ride) Ognuno può sbagliare nei grossi eventi. Di Expo 2015 mi è piaciuta la reazione dopo un grande errore iniziale, che poi ha portato a una riorganizzazione delle strutture. Si sono persi tre mesi. Poi si è cercato di recuperare nel minor tempo possibile, pur rispettando le leggi. È quasi un’abitudine degli Italiani, fa quasi parte dello stile di vita. Si è lavorato su tre turni al giorno. Ma noi in Cina sfruttiamo tutte le ore, ogni minuto, per recuperare il tempo perso. Praticamente, si lavorava 20 ore al giorno, mentre noi avremmo lavorato con turni per coprire tutte le 24 ore, senza perderne quattro ogni giorno. Però si è recuperato, mi pare. Tutti si sono impegnati.

Che cosa può dare la Cina all’Italia tramite Expo 2015 e viceversa?

La Cina per svilupparsi ha bisogno di tecnologia, d’innovazione scientifica, di nuove idee. E quelle le ha l’Italia. Ma il vostro Paese ha poca manodopera, non ha risorse naturali, non ci sono materie prime. È un fabbisogno reciproco, in pratica. E sono due Paesi con una storia importante. Per lo scambio culturale e tecnologico ci sono certamente diverse piattaforme, ma quella dell’Expo è la più importante. Ecco perché siamo qui.

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