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A porte chiuse

Il Paese cambia riguardo all’immigrazione ma restano sacche di ostilità, e l’Europa tenta di subappaltare il controllo dei confini.

“Il Marocco è la mia nuova casa, è qui che voglio vivere”. Da quando ha lasciato il Senegal per trasferirsi a Rabat, dove lavora come ambulante, Ali ogni giorno si trova ad affrontare umiliazioni e insulti. “Una volta un uomo passandomi accanto borbottò qualcosa, poi con una smorfia di disprezzo mi gettò addosso il caffè che stava bevendo. A noi neri ci chiamano “negri” perché ci considerano esseri umani di rango inferiore, ma io a queste offese reagisco con la pazienza e il sorriso, che sono le uniche armi necessarie per vivere bene”, ha raccontato in un’intervista pubblicata su YouTube.

Da qualche anno il Marocco è diventato terra di destinazione, oltre che di transito per i migranti. Perché le frontiere europee sono chiuse e chi tenta di raggiungere l’Europa attraverso Ceuta o Melilla viene respinto. E perché il Royaume ha avviato una campagna di regolarizzazione dei migranti supportata dall’Unione europea. Quasi 18mila persone hanno beneficiato del programma e ottenuto i documenti necessari per cercare lavoro, prendere casa, mandare a scuola i propri figli. Come è successo ad Aissatou, una giovane donna del Ghana, che ha viaggiato a piedi per un mese con i suoi cinque bambini prima di raggiungere Oujda e provare a darsi un futuro. Oggi dopo quattro anni i suoi figli sono finalmente tornati a scuola. 

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