EAST WEST - Il ritorno della Persia

Il tema è il nucleare ma il senso dell’accordo sono la pace e il ruolo dell’Ue con un Iran protagonista.

REUTERS

Quando usciremo in edicola, lo storico accordo tra Usa e Iran dovrebbe essere stato firmato da 24 ore. Nei giorni scorsi, ho avuto modo di incontrare a Washington alcuni esponenti di spicco di Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Tesoro, così come ho potuto raccogliere le impressioni di autorevoli rappresentanti dell’establishment iraniano. Tra le righe di sfumature diverse, mi è sembrato di cogliere da entrambi i lati il senso della ineluttabilità di una conclusione positiva del processo negoziale, che faccio dunque mia e do per scontata per effettuare i nostri ragionamenti.

L’importanza epocale di un accordo sul nucleare tra Usa e Iran va ben al di là del dato tecnico, tanto da indurmi a definirlo piuttosto un accordo di pace vero e proprio tra l’unica super-potenza globale e l’unica super-potenza sopravvissuta (alle guerre e alle primavere) nella strategica regione del Medio Oriente e Mediterraneo. Per accertarci che sia così, i numeri ci aiutano sempre a capire: si tratta del terzo paese più popolato (80 milioni di abitanti), dopo Egitto (86) e Turchia (81) e della terza economia (412 miliardi di dollari di Pil), dopo Arabia Saudita ed Emirati.

L’Iran è la seconda riserva al mondo di gas naturale e la quarta di petrolio, ma è anche il mercato dell’auto più grande dell’area.

Un dato sociologico mi pare altrettanto significativo: il 65% della popolazione ha meno di 35 anni e praticamente la totalità (98%) dei giovanissimi (15-24 anni) è dotato di una buona istruzione di base.

Vale la pena fornire qualche elemento sulle caratteristiche dell’accordo di cui parliamo (il diavolo è sempre nei dettagli...): un Piano di azione concordato tra Iran e i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Usa, UK, Francia, Russia e Cina) più Germania ha portato alla firma di un Accordo quadro, nell’aprile scorso, da confermare con la versione esecutiva entro il 30 giugno 2015.

Due i capisaldi: a) l’Iran rinuncerà a quelle componenti del suo programma nucleare suscettibili di condurre alla realizzazione della bomba atomica; b) Usa e Ue elimineranno progressivamente le sanzioni legate al programma nucleare di Teheran. Ma attenzione! È importante sottolineare che l’accordo si riferisce solo alle sanzioni legate al programma nucleare, non a quelle connesse a terrorismo o a violazioni dei diritti umani, che resteranno in vigore fino a quando non vi saranno sostanziali passi avanti su queste specifiche questioni.

Gran parte degli economisti specializzati hanno valutato in un 20% di Pil il danno subito dall’economia iraniana dalle sanzioni (solo tra 2012 e 2013, il Pil si è contratto di quasi il 9%), mentre crescerebbe del 5% annuo per almeno 5 anni, nel momento in cui venissero cancellati i limiti imposti a energia e banche. In pochi giorni, la produzione quotidiana di barili di petrolio iraniano potrebbe aumentare dagli attuali 3,3 milioni a 4 milioni, incrementando conseguentemente le esportazioni di greggio, con effetti verosimili anche sul prezzo del barile e quindi sui grandi produttori mondiali (a partire dalla Russia, messa in difficoltà più dal barile a metà prezzo che dalle sanzioni, in questi mesi).

L’Iran potrebbe inoltre recuperare i 100 miliardi di dollari di asset congelati, bloccati oggi principalmente in banche asiatiche, che potrebbero essere riutilizzati, una volta riattivato il sistema internazionale di trasferimenti bancari SWIFT. Il ritorno degli investitori stranieri potrebbe consentire al Paese di recuperare il pauroso gap nelle infrastrutture nazionali, ferme a 30 anni addietro. L’apertura internazionale dovrebbe consentire anche una rapida modernizzazione delle strutture di governance del Paese, oggi impantanato al 136° posto (su 175 paesi) della classifica di Transparency International sul tasso di corruzione e al 130° di quella della Banca mondiale Ease of doing business.

Ho tenuto per ultimo il ruolo dell’Ue, rappresentata in questo negoziato dal “ministro degli Esteri” Federica Mogherini, secondo un esplicito mandato delle Nazioni Unite, che attribuisce alla Ue il compito di “facilitare i negoziati”.

Questo ruolo di facilitatore è stato interpretato alla perfezione dalla ministra italiana, che ha nelle sue corde proprio le caratteristiche ideali per questo tipo di sfide: fredda, scientifica, analitica, secchiona. Il risultato è stato quello di evidenziare che l’Unione, quando si muove a una voce, è autorevole e può svolgere un ruolo complementare alla potenza americana, spesso rappresentata da una diplomazia non raffinatissima.

I risultati più interessanti di questa intesa li avremo nel nuovo protagonismo iraniano per la gestione degli equilibri nella regione e per la soluzione delle crisi: Isis, Siria, Afghanistan.

Vedere per credere…

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