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Il ruolo dell’Iran in Medio Oriente

L’Iran ha riguadagnato molta della sua influenza politica in Medio Oriente, ma non deve sottovalutare i tanti pericoli dietro l’angolo.

Il segretario di Stato americano John Carry durante un incontro a Camp David con i sei leader del Consiglio di cooperazione del Golfo Persico (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti).

I principali avvenimenti politici degli ultimi 12 anni in Medio Oriente hanno favorito, per vie più o meno dirette, il consolidamento della Repubblica islamica all’interno dello scacchiere mediorientale. La potenza iraniana è infatti riuscita a ricoprire un rilevante ruolo geopolitico in tanti punti nevralgici della regione.

L’invasione americana dell’Iraq nel 2003, il parziale fallimento delle Primavere arabe e, infine, la nascita di Da’esh (Isis) hanno di fatto conferito maggiore legittimità e forza politica a Teheran. L’Iran, avvalendosi in larga scala dell’ideologia sciita, da un lato, e del dispiegamento delle forze militari e di intelligence, dall’altro, ha conquistato infatti un rilevante peso politico sul piano regionale. Si pensi ad esempio all’Iraq, alla Siria, al Libano (in particolare nel sud) e allo Yemen, luoghi in cui la Repubblica islamica esercita una notevole influenza.

La Repubblica islamica, in questo momento storico della sua vita politica, si sente più forte che mai. 

Tale percezione di forza si è evidenziata anche, sul piano internazionale, durante i colloqui sul nucleare, nel corso dei quali la diplomazia iraniana si è atteggiata con molta sicurezza nei confronti del gruppo 5+1, mettendo sul tavolo del negoziato anche la sua capacità di favorire e garantire la stabilità in Medio Oriente e di fermare l’avanzata dell’Isis.

Tuttavia proprio come per una persona anche per un soggetto politico, il momento in cui esso si sente più forte fino a percepirsi invulnerabile è anche il momento di maggior pericolo, in quanto incosciente e incurante dei pericoli che gli possono venire dall’esterno come dal proprio ambiente circostante. L’Iran, sicuramente consapevole delle proprie forze, ha recentemente compiuto un passo non tenendo in debito conto le conseguenze politiche: nello Yemen infatti la Repubblica islamica, pur negando formalmente ogni coinvolgimento, ha decisamente sostenuto la fazione dei ribelli sciiti, i cosiddetti Huthi, nella presa della capitale, Sana’a, contrapponendosi alle forze governative filo-saudite.

Ciò non poteva non incontrare la dura reazione dell’Arabia Saudita che, forte anche dei sentimenti ostili all’espansione iraniana nella regione da parte di molti paesi che ne avvertono la minaccia e alleandosi, in tale frangente, con alcuni di essi, come l’Egitto, la Giordania e gli Emirati Arabi, sta rispondendo, unitamente ai medesimi, con una dura azione militare tesa a reprimere l’avanzata dei ribelli sciiti. In altre parole l’Iran sta minacciando, allo stesso tempo, gli interessi di più attori politici regionali (Arabia Saudita, Egitto, Turchia e Israele) e questo potrebbe, a lungo andare, causargli un rilevante costo politico. L’inedita alleanza in chiave anti-iraniana gode di un certo favore anche presso importanti ambienti extraregionali,come il partito repubblicano degli Stati Uniti che, qualora dovesse rivelarsi vincitore alle prossime elezioni presidenziali, costituirebbe uno sponsor di reale pericolo per la Repubblica islamica e le sue mire espansionistiche.

A differenza di quanto accade ora, con la presidenza Obama, sotto la quale si sono raggiunti notevoli accordi politico-militari tra gli Stati Uniti e la potenza iraniana, un cambio della guardia sotto il vessillo repubblicano potrebbe portare, insieme a una rivisitazione di alcuni importanti accordi, come quello sul nucleare, a riprendere in considerazione strategie politiche come quella del regime change, nell’ottica di un cambio di regime in Iran promosso dall’esterno.

A rendere ancora più complesso il quadro è la presenza di due giganti del fronte orientale del mondo quali la Russia e la Cina, interessati a un consolidamento del potere di influenza iraniano nella prospettiva di una sempre più efficace alleanza in chiave antiamericana.

Sia Pechino sia Mosca non vogliono che Teheran torni a diventare alleato occidentale né sotto la guida della repubblica islamica né sotto la guida di un nuovo ipotetico regime post Repubblica islamica. Pertanto se l’Iran dei pasdaran e del clero sciita riuscirà a mantenere la sua attuale potenza politica nella regione, la utilizzerà in linea con i suoi principali alleati internazionali, vale a dire Cina e Russia, mentre qualora, dopo Obama, si dovesse profilare una nuova coalizione internazionale ostile alla Repubblica islamica, guidata appunto dai repubblicani, e sostenuta dagli arabi sunniti, turchi, israeliani e egiziani (tutti minacciati dal nuovo espansionismo sciita di Teheran), ciò porterebbe a un nuovo scontro tra Washington e l’asse Cremlino-Pechino.

Se l’ultimo Shah di Persia, (Mohammad Reza Pahlavi) aveva adottato una linea di politica estera basata sull’identità persiana, la repubblica islamica ha puntato invece la propria politica estera sull’ideologia islamico-sciita. Nel 1971 lo Shah, sentendosi molto forte, organizzò una festa internazionale di gusto trionfalistico nella quale celebrava i 2.500 anni di regno persiano ed esaltava le proprie ambizioni espansionistiche. Questa manifestazione di potere, secondo attenti analisti, in realtà preoccupò gli attori regionali circostanti e gettò i primi semi di quell’isolamento e indebolimento politico dello Shah, destinato a concludersi nel 1979 con la rivoluzione iraniana. Oggi la Repubblica islamica, con un atteggiamento, che potrebbe dirsi tracotante, rischia di commettere il medesimo errore storico, inducendo gli stati vicini ad aggregare le proprie forze per frenarne le mire di allargamento e riportarlo in una condizione di innocuo isolamento. 

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