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La tripla strategia cinese

La Cina sta diventando il Fondo monetario internazionale per i paesi partner.

Lo scorso gennaio la Cina ha promesso 20 miliardi di dollari in accordi bilaterali al Venezuela di Maduro e 7,5 miliardi di dollari all’Ecuador. Pechino – in questo modo – è diventata il principale paese investitore in quelle aree, dopo anni di accordi e prestiti. La ragione principale di questa politica strategica cinese è sempre stata riferita, nel tempo, alla necessità di acquisire risorse, fondamentali per il fabbisogno nazionale. La tattica dei leader del Partito comunista cinese rifletteva sentieri già conosciuti.

Come accaduto in Africa, la Cina prendeva risorse in cambio della costruzione di infrastrutture e finanziamenti di grandi opere (stadi, strade, ponti, dighe, ma anche ospedali). Solo che la Cina non guarda troppo al sottile: i lavoratori dei cantieri sono cinesi, le aziende che prendono gli appalti sono cinesi e spesso non c’è grande attenzione né alla sicurezza sul lavoro, né alle questioni ambientali.

La “luna di miele” tra Cina e Africa – come è stata definita dagli studiosi del rapporto tra Pechino e continente africano – è così terminata e la relazione è arrivata a un momento di cambiamento: alcuni governi (altra consuetudine da parte della Cina è non preoccuparsi con chi si fanno gli affari, finendo per finanziare dittatori o governi corrotti) hanno cominciato a mettere i bastoni tra le ruote alle attività cinesi. È cresciuto anche un malcontento popolare locale, spesso suffragato da proteste di stampo ambientalista.

E così Pechino si è rivolta ad altri che avevano bisogno dei suoi soldi, potendo offrire in cambio risorse, petrolio in primis.
A gennaio il Wall Street Journal scriveva che “la Cina ha aumentato la sua influenza diplomatica in tutta l’America Latina emettendo oltre 100 miliardi di dollari in crediti dal 2005, secondo i dati della Global Economic Governance Initiative dell’Università di Boston. Il Presidente cinese, Xi Jinping, ha dichiarato che gli investimenti esteri della Cina in America Latina avrebbero raggiunto i 250 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni”. La Cina ha dato spago al credito verso Caracas per 50 miliardi di dollari di credito dal 2007 in cambio di petrolio. Analogamente si è impegnata per più di 12 miliardi di dollari di finanziamento con l’Ecuador tra il 2009 e il 2014. Tanto che alcuni osservatori internazionali descrivono la Cina come il nuovo Fondo monetario internazionale.
Ma in Cina le cose procedono veloci. Neanche il tempo di riflettere su alcune problematiche di questo sistema, in Sud America (causa crollo del prezzo del petrolio e situazioni politiche complicate, ad esempio in Venezuela), la Cina ha fatto uscire dal cilindro un nuovo colpo: la banca di investimenti guidata da Pechino (AIIB).
L’evento, anticipato da anni e sottolineato da parte di Xi Jinping come necessità fin dal momento del suo insediamento, è diventato realtà con tanto di Stati fondatori nel mese di aprile 2015 e ha svelato ogni ragionamento. La Cina entra in competizione ufficiale con la World Bank a guida americana e con l’Asian Development Bank a guida giapponese. L’ingresso della Gran Bretagna tra i soci fondatori ha indispettito non poco Washington. E mentre si valuta se la nuova banca sia un segno di forza o di debolezza, è naturale concepire nuove ipotesi su questo approccio cinese al mondo finanziario ed economico.
Alcuni rapporti di questa nuova Cina-Fondo monetario, ad esempio, si sono raffreddati. Con il Venezuela la Cina è ultimamente più tiepida, e non solo perché è preoccupata di come Caracas gestisce quei soldi. “L’appetito vorace di un tempo per petrolio e metalli di base che ha attirato Pechino e America Latina è ormai dissipato”, ha scritto il Financial Times, perché l’economia cinese rallenta. “Mentre paesi come il Venezuela hanno già goduto di qualcosa da un rapporto speciale con la Cina, il governo cinese non sembra avere voglia di firmare un assegno in bianco per intervenire in loro aiuto, ora che i prezzi delle materie prime sono diventati più bassi e hanno esposto le tensioni nella bilancia dei pagamenti”, ha spiegato al quotidiano britannico David Rees, analista di Capital Economics.
Di fronte a questo nuovo scenario internazionale, la Cina – come il Fmi – diversifica. Dopo Africa, America Latina, ecco il grande accordo con la Russia. Oltre al trattato che sancisce la fornitura di gas per 30 anni da Mosca a Pechino, la Cina ha approfittato di un’altra situazione. Le sanzioni europee contro Putin hanno finito per mettere in difficoltà l’economia russa. E Pechino è pronta a sostenere l’alleato. In occasione delle celebrazioni per i 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale a Mosca, Pechino ha staccato un assegno di 25 miliardi di dollari, in aiuto delle aziende russe finite nel baratro a causa delle sanzioni. Oltre a questo finanziamento sono stati sanciti altri accordi, sia per la costruzione di infrastrutture sulla nuova via del gas, sia per quanto riguarda la cooperazione petrolifera.
Un altro accordo permette l’apertura di una vera e propria linea di credito per la russa Sberbank, con lo scopo di destinare i fondi alla realizzazione di progetti commerciali, per un totale di quasi un miliardo di dollari. A gestire “il pacchetto”, naturalmente, la Banca per lo Sviluppo cinese. Un ulteriore insieme di finanziamenti e investimenti interessati, che portano Pechino a realizzare un progetto di lungo corso, ponendo la Cina alla guida degli stati che sembrano non accettare l’egemonia – né politica, né economica – dei paesi occidentali.
 
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