Le elezioni che fanno tremare il Regno

Cameron inaugura una fase storica che rischia di essere disastrosa anche per l’Ue.

Le elezioni britanniche del 7 maggio, vinte dai conservatori con circa il 37% dei voti e la maggioranza dei seggi in Parlamento, inaugurano non soltanto il cameronismo quale fenomeno politico ormai di rilievo ma soprattutto spalancano le porte del Regno Unito a una fase storica che si annuncia determinante e che rischia di essere disastrosa.

Una fase storica che ha come protagonisti un elettorato spaesato e fratricida, due crisi costituzionali all’orizzonte, una ripresa economica ancora piuttosto debole e soprattutto una classe politica che fa acqua da tutte le parti. Che la maggioranza risicata di Cameron – 5 seggi oltre alla soglia minima per governare di 326 – venga esaltata come una grande vittoria visto che si tratta della prima volta in 23 anni che un candidato premier conservatore si aggiudica una maggioranza in parlamento, deve far riflettere.

Infatti tra le file dei vinti, affollate più del solito, spiccano le dirigenze dei partiti d’establishment. I laburisti dicono addio allo statalismo di Ed Miliband che per quanto fosse un tentativo coraggioso di lasciar alle spalle l’eredità post thatcheriana di Tony Blair si è rivelato specchio arrugginito di un politico perdente. 

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