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PRIMA PAGINA - Grecia perduta

Questa copertina è dedicata al ministro europeo più glamour del momento definito in più occasioni dalla stampa internazionale un incompetente. Eppure nel suo curriculum si annoverano docenze universitarie prestigiose (Essex, Cambridge, Sydney…).

Gli addetti ai lavori si dichiarano stupiti dalla “sua incapacità di valutare le conseguenze anche di semplici dichiarazioni” che hanno effetti dirompenti, ben noti ed analizzati nella letteratura economica.

Noi non intendiamo cedere al gossip e proviamo a concentrarci sui fatti. Antonis Samaras, prima di lasciare il governo del Paese a Syriza, lo scorso gennaio, iniziava a riscuotere i primi successi: la Grecia, dopo 5 anni di crisi in cui ha bruciato il 25% del suo Pil, nel 2014 aveva mostrato segni di ripresa: +0,6% nel 2014 e +2,9% nel 2015, secondo le previsioni della legge di stabilità presentata in Parlamento. I prezzi delle case avevano smesso di crollare a luglio 2014, la disoccupazione e le vendite al dettaglio hanno registrato il segno + per 4 mesi di fila per la prima volta dal 2010. La stessa Ue aveva certificato la ripresa. Anche il rapporto debito/Pil, dopo il picco del 174% nel 2014, è stimato in decrescita al 168% nel 2015. Proprio mentre il Paese intravedeva la luce in fondo al tunnel, la strada si è fatta improvvisamente in salita.

È comprensibile che le persone e le famiglie – ricevendo in ritardo gli effetti positivi della crescita – siano giunte a un livello di sopportazione tale da essere state tentate dal voto della disperazione. Ma il nuovo Governo aveva la responsabilità di leggere questi numeri e avrebbe dovuto mostrare forza e autorevolezza per spiegare alla gente che rovesciare il tavolo – promessa elettorale – non era produttivo e che presto gli effetti benefici di una politica dura ma necessaria sarebbero arrivati anche nelle loro case.

Invece ci troviamo oggi nella complicata condizione di rischiare di nuovo tutti per le approssimazioni di una classe dirigente nazionale non all’altezza del proprio popolo. La conclusione è sempre la stessa e vale anche per sconfiggere gli altri populismi di Podemos o di Le Pen: bisogna dare ai 500 milioni di Europei un sogno, quello dell’Unione europea politica.

Non riusciremo a sconfiggere le difficoltà economiche solo con ricette economiche. Abbiamo bisogno di serrare le fila e i progetti attorno a un ideale comune, convincente e che si possa realizzare domani, già per i nostri figli. I dilettantismi e i populismi possono essere sconfitti solo dall’Unione fiscale, da quella di difesa, da una politica estera comune, da un Governo europeo eletto dai cittadini. 

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