eastwest challenge banner leaderboard

PUNTI DI VISTA - Immigrazione selvaggia, fino a quando?

Non è un fenomeno nuovo e non cesserà, ma non esiste finora un piano concreto per fronteggiarne le ripercussioni e i vantaggi nel lungo termine.

Quando si è alla disperazione, diceva uno dei Direttori della Fao, le tre opzioni che rimangono sono egualmente disperate. Ci si ribella, si emigra o si muore!

Il fatto che l’emigrazione sia oggi una delle maggiori vie di fuga dalla fame o dal pericolo, testimonia il livello di disperazione che affligge parti del mondo molto vicine all’Europa, che si è ostinatamente rifiutata di prendere piena coscienza delle dimensioni del dramma e di fare quanto potrebbe per alleviarlo.

L’Italia, questa volta, quasi tutto quello che poteva fare sul piano del soccorso, l’ha fatto. Si è inventata l’operazione Mare nostrum, un fiore all’occhiello per un Paese che ancora risente della crisi economica in maniera tanto pesante per i suoi cittadini. L’Italia è stata per lungo periodo terra di emigrazione.

Le generazioni più anziane non hanno dimenticato le folle di italiani accampati sui moli di Ellis Island e nei porti del Rio della Plata. Da considerare anche la grandissima influenza da sempre esercitata sulla politica italiana dalla Chiesa cattolica, guidata oggi da un Sommo Pontefice uscito da una famiglia di migranti, molto legato a organizzazioni dedicate come la Caritas.

Ma fino a quando l’Italia, da sola, potrà far fronte a un flusso in continua crescita e che non cesserà, se non saranno ripristinate migliori condizioni di vivibilità nelle terre di origine dei disperati?

Il ricorso all’Ue si è rivelato a lungo insoddisfacente: sino a oggi l’aiuto è stato un limitato concorso finanziario e un’azione navale, la Trident, che non si è ben capito quali fini utili perseguisse. L’Italia, dal canto suo, non è riuscita a operare sul piano dell’accoglienza con la stessa efficacia del soccorso in mare. Oltre le polemiche sulla ripartizione dei profughi nell’immediato dopo sbarco, esistono altri problemi che un tale afflusso di persone estranee alla cultura e molto diverse anche tra loro finisce col generare.

Il primo è la saturazione. L’esperienza di altri paesi mostra come sia facile che si producano reazioni di rigetto quando gli immigrati superano l’8-10% della popolazione in un arco limitato di tempo. Le classi sociali più disagiate percepiscono gli immigrati come rivali sul piano del lavoro e della distribuzione delle risorse destinate al sociale, e il malcontento viene strumentalizzato dalle forze politiche innescando situazioni di tensione.

Si tratta di un grave rischio che può essere neutralizzato soltanto iniziando a lavorare per cambiare la società, facendo sì che essa possa aprirsi a un futuro multiculturale. Un lavoro lungo e difficile e che richiederà un adeguato dispendio di tempo e di risorse.

Il secondo problema è sociale e di sicurezza. Accogliere un tal numero di persone senza poter fornire loro adeguate prospettive di vita significa rischiare di consegnarle nelle mani dei “caporali” del lavoro nero o della criminalità organizzata. Una situazione che scatena forti tensioni sociali, come hanno dimostrato gli scontri avvenuti nel Volturno un anno fa. L’impossibilità di effettuare adeguati controlli su persone spesso prive di documenti rende più complicato il rimpatrio e agevola l’infiltrazione di elementi indesiderabili. Non ci si riferisce ai terroristi islamici, che fruiscono di altre strade per entrare in Europa.

Un mujaheddin ben addestrato e capace di organizzare un attentato con buone probabilità di successo, costituisce, per la sua organizzazione, un capitale di tale valore da non esporlo a una traversata tanto pericolosa. Ben diverso il discorso per la piccola criminalità, specie magrebina, che già fornisce in Italia buona parte della manovalanza per la distribuzione capillare della droga.

Il terzo problema, di natura economica, è connesso a quella parte dell’immigrazione che non è in grado di inserirsi nel mercato del lavoro. Per queste persone, che nel breve e medio periodo costituiscono un rilevante onere per la fragile economia italiana, sarebbe bene studiare programmi per una qualificazione rapida a premessa di un successivo inserimento.

Resta un quesito fondamentale: in quale maniera si vuole realmente affrontare l’immigrazione, un fenomeno destinato a durare, sia pure sotto varie forme, e a cambiare radicalmente l’attuale aspetto del mondo. Sinora si è pensato unicamente a soluzioni miranti a fermare il flusso dei migranti sull’altra sponda, senza curarsi della pressione che può crearsi nei punti di blocco.

In particolare nel Mediterraneo, e soprattutto in Libia, le misure proposte consistono nell’installazione di un blocco navale diretto a fermare i barconi dei profughi, integrato da azioni terrestri di forze speciali per distruggere le imbarcazioni dei trafficanti di uomini nei porti di partenza. Un’operazione ad alto costo, di dubbia efficacia e di rischio elevatissimo. Numerose sarebbero le difficoltà per ottenere l’indispensabile nulla osta internazionale dalle Nazioni Unite in una situazione in cui non è ben chiaro quale sia il governo, o i governi che esercitano legittimamente la sovranità nelle aree interessate e che dovrebbero, se non collaborare, perlomeno non ostacolare l’operazione. Infine è da tenere in conto il rischio di dolorose perdite, ben difficili da accettare per l’opinione pubblica. Una possibilità reale, considerato il territorio dove si opererebbe, infestato da milizie armate e composte da combattenti che anni di scontri hanno trasformato in veterani. Va anche rilevato come, anche nel migliore dei casi, l’ipotesi prospettata costituisce solo un mezzo per guadagnare tempo e allentare la pressione, ma non fronteggiare, accogliere e gestire questa valanga migratoria di lungo periodo. Si tratta di una sfida epocale, che potrebbe offrire opportunità trasformandola anziché tentare di arrestarla, lasciando che masse di disperati si accalchino alle frontiere, preoccupandosi soltanto di interdire loro la fortezza Europa.

Per fortuna da qualche tempo le voci che si levano a difendere la più umana delle possibili soluzioni divengono più numerose e autorevoli, accendendo un dibattito che valuta anche i pregi e non soltanto gli svantaggi dell’immigrazione. In pari tempo, pur nel perdurare di una miope opposizione dei paesi del nord, anche l’Ue sembra aver preso coscienza della gravità del problema e della responsabilità europea in caso di errate o ritardate soluzioni.

Ci auguriamo che in un futuro non lontano il confronto delle idee porti finalmente ad adottare una condotta che sia in linea con le esigenze dei nostri amici delle altre sponde mediterranee, e anche pienamente consona ai valori su cui è fondata la nostra Unione.

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA