eastwest challenge banner leaderboard

Quel treno in corsa chiamato Grecia

È ancora tempo di decisioni o il deragliamento è inevitabile?

REUTERS

Immaginate la seguente situazione. Un treno sta viaggiando a velocità sostenuta e sui binari, a distanza di circa 1 chilometro, ci sono 10 persone, impossibilitate a muoversi. Voi siete a 200 metri, di fronte a uno scambio, che solo voi potete azionare, il quale porta a un altro binario, su cui c’è una sola persona, anch’essa impossibilitata a muoversi. Dovete scegliere chi salvare. Le 10 persone, sacrificandone una, o viceversa? È questo il caso in cui si trovano i policy maker dell’eurozona. Salvare ancora la Grecia o lasciarla andare verso il baratro. Non c’è terza via, il limbo attuale è insostenibile nel lungo periodo.

Il dilemma vede 4 protagonisti. Il treno, che rappresenta i mercati internazionali. Nessuno deve parlare di speculazione. Essa non esiste. Esistono solo investimenti più o meno aggressivi. Ed esistono situazioni oggettive. Una di queste è la condizione della Grecia. Alto debito, liquidità ridotta, assenza dell’adozione delle riforme strutturali richieste sia nel primo sia nel secondo programma di salvataggio, corruzione, mala gestio amministrativa, scarsa concorrenza, bassa competitività, clientelismo. Sono i punti negativi di Atene, tenuti nascosti solo tramite il pompaggio di liquidità finora erogato dalla Banca centrale europea (Bce) di Mario Draghi tramite il suo piano di acquisto di titoli pubblici e privati fino al settembre 2016 per un ammontare di oltre 1.000 miliardi di euro. Ma un ulteriore deragliamento delle trattative sulla Grecia, anche dopo l’estate, potrebbe essere cruciale per la fiducia degli investitori internazionali.

Il secondo protagonista è la Grecia, la persona sul binario secondario. In gennaio Alexis Tsipras, leader di quel Syriza che doveva cambiare (in meglio) il destino del Paese, ha promesso ciò che non poteva mantenere. Rinegoziazione del programma di sostegno varato nel 2012, rinnego dei rimborsi alla troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Bce e Commissione Ue – anche se adesso è meglio chiamarla Brussels Group, più politically correct – rifiuto delle politiche di consolidamento fiscale e più soldi Ue per gli investimenti nel Paese. In pratica, l’esatto opposto di quanto chiesto dai partner internazionali nel 2012 e concordato dalla Grecia. Senza riforme, ottenere nuovi fondi è sempre più difficile. Del resto, non esistono pasti gratis.

Il terzo del gruppo è il Brussels Group. I creditori della Grecia, in altre parole. Coloro i quali hanno salvato già due volte il Paese, hanno fornito expertise tecnico per rimettere in sesto un’economia piccola e colma di lacune sotto il profilo della produttività e della competitività. Il Brussels Group, insieme al consesso dei ministri finanziari dell’area euro, l’Eurogruppo, è la persona che deve decidere se azionare lo scambio o no. Farlo significa sacrificare Atene. E non è detto che non si arrivi a questo punto prima della fine del 2016. Il dialogo tra le autorità europee e Tsipras e Varoufakis è sempre più difficile. Il livello di frustrazione, in aumento, e la pazienza, in esaurimento. A tal punto che ormai diversi policy maker dell’eurozona esprimono ai media tutta la loro insofferenza per il punto, morto, a cui sono arrivate le negoziazioni.

Infine, il quarto protagonista, le persone bloccate sul binario principale. Sono le nazioni dell’eurozona. Se Brussels Group ed Eurogruppo dovessero decidere di lasciar andare al proprio destino la Grecia, anche dopo un eventuale terzo programma di sostegno finanziario e il suo insuccesso, non si è a conoscenza di quale sarebbe l’impatto sulla fiducia dell’intero progetto europeo. Tenendo pur presente che dall’eurozona non si può uscire – l’articolo 50 del Trattato sul funzionamento dell’Ue prevede la secessione dall’Europa – cresce l’idea che possa esserci, prima o poi, un’uscita “accidentale”. Vale a dire, una serie di sfortunati eventi, più o meno indotti, porterebbero la Grecia fuori dall’euro. Senza uno dei suoi primi membri, l’area euro mostrerebbe al mondo intero tutta la sua incapacità di restare unita. Se è vero che finora la maggior parte delle colpe per il fallimento delle trattative sul debito e per il mancato completamento del programma di salvataggio è da imputare alla classe dirigente ellenica, è altrettanto vero che l’eventuale secessione “accidentale” sarebbe un segnale pessimo per la fiducia degli investitori internazionali.

La domanda sarebbe solo una: chi è il prossimo? Uscita Atene, l’onda lunga potrebbe essere utilizzata dai partiti europei più a stampo populista per minare le fondamenta del progetto di Konrad Adenauer, Joseph Bech, Johan Willem Beyen, Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Walter Hallstein, Sicco Mansholt, Jean Monnet, Robert Schuman, Paul-Henri Spaak e Altiero Spinelli. Ma è rischiosa anche l’altra via. Salvare nuovamente la Grecia, specie con un governo poco incline alla collaborazione e alla reciprocità, significa rischiare la faccia a livello internazionale un’altra volta in presenza di promesse non mantenute, come succede già ora. Quello che è certo è che nel lungo termine ci saranno danni collaterali e, di sicuro, almeno una vittima. E c’è sempre meno tempo a disposizione per capire se tirare la leva dello scambio o no. E intanto il treno corre. 

ARTICOLI CORRELATI

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA