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Un idillio tutto orientale

Non tutti esultano per la luna di miele tra il “Paese dei sorrisi” e il “Dragone rosso”.

Per quasi 70 anni, durante l’intera Guerra fredda e anche oltre, nel Sud-Est asiatico gli Stati Uniti avevano una certezza: la Thailandia era il loro alleato nella regione. Tra colpi di stato e interludi democratici, l’amicizia di Washington è stata alla base dello sviluppo del “Paese dei sorrisi”. Ma oggi a Bangkok si respira un’aria ben diversa: gli Usa, e l’Occidente in generale, sono accusati di arroganza e di non capire la Thailandia. Si fa invece un gran parlare di “modello cinese” da seguire, tanto che in molti si chiedono se ciò rappresenta un vero e proprio cambio di sponda.

Il catalizzatore è stato il golpe thailandese del maggio 2014 contro il governo di Yingluck Shinawatra. Al comando c’è ora il generale Prayuth Chan-ocha, che ha accentrato su di sé tutti i poteri stroncando sul nascere ogni dissenso. Il consenso tra esperti e diplomatici è che si sia tornati indietro di decenni, e la parola “dittatura” è sempre più usata. Gli Usa hanno condannato il putsch. I Thailandesi si sono irritati. E la Cina, nota per non accompagnare i suoi appoggi diplomatici a scrupoli sui diritti umani, si è trovata il Paese amico degli Americani su un piatto d’argento. 

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