Brexit, un gioco pericoloso

In bilico tra il sì e il no, il Regno Unito sembra attendere una spinta decisiva dalla Ue.

L’Europa ha un problema britannico. Da un anno nelle capitali europee si discute la possibile uscita del Regno Unito dall’Ue – la Brexit – e David Cameron ha promesso un referendum entro il 2017. Su cosa verte il dibattito? Che impatto avrebbe la Brexit sull’Ue? Cosa possono fare gli altri paesi dell’Unione? È opinione diffusa che la popolazione del Regno Unito sia particolarmente euroscettica e non veda l’ora di lasciare l’Ue. Ma il pubblico britannico non è poi così diverso da quello di altri Stati membri: stando a un sondaggio recente, nonostante la vasta copertura mediatica dedicata alla Brexit, appena il 2% della popolazione ritiene che l’Ue sia il problema principale del Paese. Il Regno Unito si distingue invece per la sua classe dirigente: un terzo dei parlamentari del partito conservatore al potere vuole abbandonare l’Ue, istigati dai loro simpatizzanti nei media e nelle imprese. In parole povere, l’euroscetticismo britannico è un progetto d’élite.

La mossa geniale della schiera euroscettica è stata conferire al progetto un appeal populista; questa la strategia vincente firmata Nigel Farage, carismatico leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (UKIP) che ha ridotto la questione europea a un problema di controllo dei confini nazionali e di immigrazione.

Il successo dell’UKIP nel far leva sullo stato d’animo legato a questi temi ha spinto i leader dei principali partiti politici a unirsi sempre più nel sostenere l’Ue e le riforme, e i loro elettori preoccupati cominciano a ridimensionare la tentazione Brexit. Il referendum sull’indipendenza scozzese ha dimostrato le difficoltà che la “fazione del SI” deve affrontare in una campagna che contrappone i rischi alle speranze, i vantaggi economici all’autogoverno, e le élites imprenditoriali alle forze populiste.

Per il Regno Unito l’uscita dall’Ue avrebbe molto probabilmente esiti catastrofici. L’impatto sull’economia britannica è difficile da prevedere con precisione ma Londra rischia di perdere il suo status di centro economico e finanziario d’Europa. In uno studio recente Standard & Poor’s ha anticipato che se il Regno Unito dovesse votare a favore dell’uscita dall’Ue, le maggiori banche mondiali potrebbero trasferirsi a Parigi, Dublino o Francoforte. Varie multinazionali stanziate a Londra perché la città offre una porta d’accesso anglofona all’Europa potrebbero rivedere la loro scelta – e in molti hanno già annunciato l’intenzione.

Sarà questa la linea che la campagna del SI adotterà per dissuadere gli elettori dal votare NO. Sebbene le argomentazioni siano valide, il pericolo è che una strategia intimidatoria volta al mantenimento dello status quo non sappia tener testa al fronte del NO, che promette di riappropriarsi della sovranità e del controllo delle frontiere usurpati da Bruxelles. Come nel caso della Scozia, il partito pro unione per averla vinta dovrà offrire proposte di riforma piuttosto che preservare lo status quo.

Quanto si devono allarmare gli altri Stati membri? È probabile che i funzionari dell’Ue stiano sottovalutando le conseguenze di un’eventuale Brexit. Molti di loro hanno altre priorità e forse ritengono improbabile che il fronte del NO prenda il sopravvento. Altri pensano che la Brexit eliminerebbe il maggiore ostacolo al conseguimento dell’unione politica necessaria a salvare l’euro. Ma non c’è motivo di credere che il governo britannico voglia impedire al nucleo europeo di integrarsi ulteriormente (purché l’integrità del mercato unico sia salvaguardata) poiché ha accettato di restare al terzo livello di un’Europa a più velocità.

Il rischio è che il caos provocato dalla Brexit scateni un ciclo di disintegrazione che spinga altri Stati membri verso l’uscita. Inoltre la Brexit comporterebbe grosse incertezze per i 2,5 milioni di cittadini provenienti da altri Stati membri e residenti nel Regno Unito, e per le aziende europee che hanno investito miliardi nell’economia britannica. Un’Ue senza il Regno Unito sarebbe più povera e più piccola: perderebbe 1/6 del Pil e del budget, e 1/4 delle spese per la difesa. In una fase in cui il potere sta slittando verso est e gli Usa stanno ricalibrando la loro prospettiva, la presenza del Regno Unito nel team europeo è determinante per la posizione dell’Europa sulla scena mondiale.

Cosa possono fare gli altri Stati membri per contrastare la Brexit? Ovviamente spetta ai Britannici pro Europa persuadere i propri connazionali a restare nell’Ue, ma i politici di altri Stati membri possono giocare un ruolo cruciale nel creare un divario tra il pragmatismo dell’opinione pubblica britannica e l’élite eurofobica, incoraggiando il governo del Regno Unito a prendere parte nella riforma dell’Ue invece di esigere un trattamento speciale.

Innanzitutto i leader dell’Ue dovrebbero impegnarsi a spezzare il nesso tra timori legati all’immigrazione ed euroscetticismo. Benché gli immigrati europei producano un apporto tributario netto, c’è uno scompenso tra crescita e pressione sui servizi in alcune regioni. Oltre a modificare le norme sulle agevolazioni, l’Ue deve aiutare i governi nazionali a destinare maggiori risorse alle zone interessate da grandi cambiamenti demografici. Una soluzione efficace potrebbe risiedere nell’istituzione di un fondo per l’integrazione dei migranti europei cui le autorità locali degli Stati membri possano rivolgersi per ricevere assistenza nel caso in cui i posti nelle scuole, il personale medico, e gli alloggi scarseggino.

Inoltre il Regno Unito, nonostante la sua tendenza a isolarsi, andrebbe coinvolto in dibattiti che attualmente lo escludono. Questo vale sia per la sfera economica, dove le riunioni dei leader dell’eurozona alimentano la paura britannica di essere tagliati fuori dalle decisioni sul mercato unico, sia per la politica estera, dove gli incontri che non includono il Regno Unito sbarrano la via al suo legittimo coinvolgimento. Qualsiasi cosa suggerisca che il Regno Unito è isolato e sotto attacco rafforza il messaggio euroscettico pro Brexit.

Il prossimo anno sarà critico per il dibattito europeo nel Regno Unito e gli Stati membri dovrebbero darsi da fare per spronare il Paese a formulare proposte costruttive per una riforma dell’Ue. Il modo migliore di rispondere alla questione britannica è mostrare alla nuova generazione di europei che l’Ue è la risposta ai loro problemi nel XXI secolo.  

@markhleonard

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