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Il Papa spiazza le diplomazie del mondo

Schietta, diretta, imprevedibile, la politica internazionale di Bergoglio è come la sua Chiesa: “deve sempre sorprendere”.

Nonostante il Vaticano disponga della diplomazia più capillare del mondo, con la sua rete di nunziature, diocesi, parrocchie, conventi e centri ecclesiali, Francesco è un pontefice poco diplomatico. Lo ha dimostrato in numerose occasioni, su tutto lo scacchiere mondiale. Imprevedibile, diretto, originale, il Papa spesso e volentieri sorprende e spariglia nelle parole, nei gesti, nelle scelte del suo apostolato, nelle missioni apostoliche ad gentes compiute oltre le mura vaticane. Il suo primo viaggio è avvenuto a sorpresa a Lampedusa, su quella faglia tra Primo e Terzo mondo divenuta la porta delle migrazioni e delle tragedie del mare per antonomasia. Uno dei suoi primi discorsi riguardava le periferie del mondo come luogo sociale ma anche della mente. E infatti non cessa di privilegiare le periferie del mondo, cambiando la prospettiva del pontificato: Albania, Corea del Sud, Brasile, Ecuador, Bolivia e Paraguay. Per Francesco, la Chiesa “sempre deve sorprendere”. Perché “una Chiesa che non ha la capacità di sorprendere è una Chiesa debole, ammalata e morente, e deve essere ricoverata nel reparto di rianimazione”.

Il risultato di quest’azione spiazzante e in un  certo senso rivoluzionaria – spesso contraria  all’orientamento dei potenti, delle convenzioni  diplomatiche, tradizioni radicate da secoli, e  delle strategie delle Grandi Potenze – produce i  suoi frutti. Come il 7 settembre 2013, quando  una formidabile armata militare stava per dirigersi  sulla Siria e il Pontefice promosse una veglia  di preghiera, invocando la Regina della  Pace, a San Pietro, un evento che contribuì in  qualche modo a placare i venti di guerra: “Nel  silenzio della Croce tace il fragore delle armi e  parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono,  del dialogo, della pace”. 

Il Pontefice ha voluto convocare un’inedita  veglia di preghiera nei Giardini Vaticani con il  Presidente israeliano Shimon Peres e il Presidente  palestinese Abu Mazen, alla presenza del  Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo. Un incontro  che in nome delle tre grandi religioni monoteiste  (islamica, ebraica e cristiana) avrebbe  dovuto favorire il dialogo sull’eterna questione  israelo-palestinese. L’abbraccio tra Shimon  Peres e Abu Mazen rimarrà nella storia. Fu un  incontro a sorpresa, molto rocambolesco per l’immediatezza e l’improvvisazione con cui è  stato organizzato. Mezz’ora prima dell’inizio  della cerimonia i due protagonisti dell’evento  non avevano ancora definito il contenuto dei  propri interventi. Ma quell’incontro, quelle parole  improvvisate, quell’abbraccio tra i due Capi  di Stato è stato deflagrante nel mondo arabo. Un  abbraccio che ha dato fastidio a tanti, irritando  non poco i falchi degli avversi schieramenti. E  probabilmente non è un caso che pochi giorni  dopo vennero rapiti i tre poveri ragazzi israeliani,  dando inizio a una catena di ripercussioni  che avrebbe portato all’ennesima guerra tra  Israele e Palestina, ad altre “lacrime e stridore  di denti” su entrambi i fronti, con grandi perdite  anche tra i civili. 

In quell’occasione Francesco tenne uno di  quei discorsi un po’ paradossali cui ci ha ormai  abituati: “Per fare la pace – disse – ci vuole coraggio,  molto di più che per fare la guerra. Ci vuole  coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro;  sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e  no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni;  sì alla sincerità e no alla doppiezza”.  Per il Pontefice la Chiesa “non si rassegna ad essere  innocua, mero elemento decorativo”. 

Francesco non ha mai evitato nemmeno incursioni  spiazzanti nel tempo, oltre che nello  spazio. “Un cristiano senza memoria non è un  vero cristiano” aveva ricordato. Ed eccolo inchiodare  la Turchia alle sue responsabilità storiche,  rievocando quello che gli Armeni chia -  mano Metz Yeghern, il Grande Male e che per il  Governo di Istanbul è ancora un tabù: il genocidio  compiuto un secolo fa dai nazionalisti turchi:  “La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso  tre grandi tragedie inaudite. La prima, quella  che generalmente viene considerata come il  primo genocidio del XX secolo, ha colpito il vostro  popolo armeno” ricordò Francesco di fronte  a una sbalordita e irritata platea delle autorità. 

Le polemiche sortite da questa dichiarazione  sono state infinite. Persino il Gran Mufti lo attaccò, definendo le accuse di genocidio “senza  fondamento”. Francesco non ha fatto un passo  indietro da quelle dichiarazioni. 

Dalla Turchia ai Caraibi. La nuova Cuba Libre  nasce anche grazie a papa Bergoglio, il Pontefice  argentino che ha favorito la mediazione fra  l’Avana e Washington, cioè fra il più comunista  dei fratelli Castro, Raúl, e il Presidente degli Stati  Uniti Obama per arrivare alla firma dello storico  accordo sulla fine dell’embargo e la ripresa delle  relazioni diplomatiche. La Chiesa aveva avviato  un intenso lavorio diplomatico attraverso il cardinale  Jaime Ortega, arcivescovo dell’Avana e la  Segreteria di Stato. Una sorta di miracolo cubano,  perché accade addirittura che il leader cubano,  marxista convinto, vada dal Papa, vi resti  a colloquio per un’ora, per poi annunciare che la  fine dell’embargo val bene una messa e che il vescovo  di Roma lo convince a tal punto da poterlo  indurre a tornare alla preghiera e alla fede. D’altro  canto, ha sottolineato subito, lui e suo fratello  hanno studiato, tanto tempo fa, neanche a farlo  apposta, dai gesuiti. 

Bergoglio, il Pontefice della nuova era della  globalizzazione, l’uomo che alza la sua voce tra  i poveri del Paraguay e dell’Ecuador sui rischi  del capitalismo selvaggio, l’autore dell’enciclica  sociale Laudato si’, è riuscito a spiazzare persino  l’Unione europea, quando ha preso chiaramente  le parti del premier Tsipras e del popolo greco,  contro l’Europa dei banchieri. Ha sparigliato le  carte per l’ennesima volta anche nelle ovattate  aule di Bruxelles, e probabilmente continuerà a  farlo nei quattro angoli della Terra fino alla fine  del suo pontificato.

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