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L’Erdoganismo e la democrazia

La deriva autoritaria del Presidente esce ridimensionata dalle elezioni, respinta dalla maggioranza dei cittadini.

È finita la pacchia per quella che un tempo era la forza politica incontrastata in Turchia: il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) ha perso la maggioranza in Parlamento ed è costretto a formare un governo di coalizione per la prima volta da quando nel 2002 è salito al potere. Per la quarta volta l’AKP ha vinto agilmente le elezioni parlamentari con il 41% circa dei voti, senza ottenere però la maggioranza assoluta necessaria per governare da solo, dato il forte calo nei consensi rispetto al 49% del 2011. Mentre questo numero va in stampa, il Primo ministro Ahmet Davutoğlu potrebbe essere intento a formare una coalizione con il Partito di estrema destra del Movimento nazionalista (MHP) o con il Partito popolare repubblicano (CHP) di ispirazione secolare. È probabile che la sera del 7 giugno la persona più infelice ad Ankara fosse proprio Recep Tayyip Erdoğan, islamista e cofondatore dell’AKP che durante i suoi tre mandati di Primo ministro ha goduto di una crescente popolarità, tanto da esser eletto Presidente nel 2014.

In questa storica giornata elettorale Erdoğan, che aveva trasformato le legislative in un referendum sul suo potere personale, ha perso: gli elettori hanno respinto i suoi piani di riforma costituzionale e di ampliamento dei poteri presidenziali. Questo nonostante l’intensa campagna elettorale che l’ha visto attraversare la Turchia di raduno in raduno, nella speranza di ottenere 400 deputati per poter modificare la Costituzione e consolidare così il suo ruolo di fondatore della “nuova Turchia”.

Le elezioni hanno infranto il sogno autocratico di Erdoğan. I Curdi, i liberali e i laici si sono schierati contro un Premier sempre più autoritario che ha fatto di tutto per accrescere il proprio controllo sugli organi statali, ha represso ogni forma di criticismo, ha tentato di limitare alcune libertà fondamentali, ha violato lo stato di diritto, ha strumentalizzato la magistratura per punire i dissidenti e proteggere le cerchie pro governo, e ha imposto la sua fede islamica ai cittadini.

La mobilitazione della base religiosa conservatrice dell’AKP ha inasprito fortemente la polarizzazione e le tensioni sociali in Turchia.

Secondo Özer Sencar, direttore del Centro di Ricerca strategica e sociale Metro POLL, il popolo turco ha detto “basta”. Stando a quanto dichiarato dal sondaggista al quotidiano Hurriyet dopo le elezioni, Erdoğan ha cercato di concentrare tutti i poteri nelle proprie mani – una “concentrazione di potere” che richiama alla mente il colpo di stato – e gli elettori hanno respinto queste mire dittatoriali.

In base a un recente sondaggio post elettorale, Sencar afferma che la popolarità dell’AKP è in calo per vari motivi: le affermazioni faziose del Presidente che per legge dovrebbe rimanere super partes in campagna elettorale; la sua pretesa di trasformare la Turchia in un sistema presidenziale forte; le accuse di corruzione; la virata dell’elettorato curdo dall’AKP al HDP.

Il declino dell’AKP unito al trionfo del Partito democratico del popolo (HDP), sostenuto da un’ampia fetta dell’elettorato curdo e liberale, ha permesso alla lista filocurda di superare la soglia del 10% richiesta per entrare in Parlamento ottenendo il 13% dei voti e circa 80 seggi.

Finora i filocurdi si erano candidati da soli puntando a seggi singoli, ma questa volta l’HPD ha voluto rischiare e ce l’ha fatta. Se non avesse raggiunto il 10%, l’AKP si sarebbe accaparrato quell’ottantina di seggi, mantenendo così la maggioranza in parlamento. Ma l’HDP è riuscito a superare le questioni di identità etnica e ad allargare il proprio elettorato. Il partito ha nominato una serie di candidati di diverso orientamento politico, dal centro destra all’estrema sinistra.

Il copresidente dell’HDP Selahattin Demirtaş ha conquistato i giovani difendendo i diritti delle donne, la comunità LGBTQ e le minoranze etniche con un linguaggio politico positivo e un senso dell’umorismo ormai inusitati per la scena politica turca. Anche il centro sinistra e i turchi secolari hanno approvato.

Alcuni oppositori di Erdoğan, sebbene non avessero mai appoggiato un partito filocurdo prima d’ora, hanno dato un voto strategico all’HDP affinché superasse la soglia e sottraesse seggi al partito al potere. L’1,5% dei voti all’HDP è venuto da sostenitori del Partito popolare repubblicano (CHP), spiega Sencar, e un ulteriore 1,5% da cittadini che votavano per la prima volta.

Molti elettori curdi sono passati all’HDP perché l’AKP, temendo di perdere i voti dei nazionalisti, ha frenato i negoziati tra il governo e il detenuto Abdullah Öcalan, leader del Partito clandestino dei Lavoratori del Kurdistan, negoziati che dovrebbero porre fine a tre decenni d’insorgenza curda.

Ciononostante le paure di Erdoğan si sono avverate: l’AKP ha perso l’appoggio dei nazionalisti per aver avviato “trattative di pace con i Curdi, ma non avendole concluse ha perso pure i voti dei Curdi. Il 3,5% dei voti ottenuti dall’HPD proviene da Curdi conservatori islamici che prima sostenevano il partito al potere”, afferma Sencar. L’AKP gode ancora di un ampio supporto, soprattutto da parte dei Turchi islamici più conservatori che si sentono rappresentati, e da coloro che gli attribuiscono il merito della stabilità economica.

Ma l’egemonia dell’AKP ha subito un duro colpo e, appena due giorni dopo le elezioni, alcuni membri del partito, per lo più appartenenti a una fazione vicina al Primo ministro Ahmet Davutoğlu, hanno cominciato a parlare del bisogno di ritornare alle “impostazioni di fabbrica” e alla fase iniziale del governo dell’AKP, incentrata sul rispetto dei diritti fondamentali e dei principi democratici.

Per ora non è previsto alcun “ritorno alle origini” e il maggiore ostacolo a questa proposta di ristrutturazione è proprio l’erdoganismo: la politica dell’ex Presidente e il suo inevitabile predominio all’interno dell’AKP. 

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