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La nuova alleanza tra Cina e Unione europea

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Le relazioni tra i due giganti si rafforzano e creano un’alternativa al G2 con gli Usa.

Una grande onda non sempre segna il picco di un’alluvione, e anzi a volte preannuncia nuove inondazioni. Il commercio tra Cina e Unione europea vive una fase di piena, ma in pochi prevedono che il limite sia stato raggiunto. Nel decennio fino al 2014, le esportazioni cinesi in Europa sono raddoppiate superando l’anno scorso il volume record di 300 miliardi di euro. La Cina e i 28 paesi Ue commerciano ogni giorno beni e servizi per un valore di gran lunga superiore a un miliardo di euro.

Eppure, questa montagna di scambi ne nasconde altre ben più alte all’orizzonte. Molti fattori lo fanno presagire, dalla graduale ripresa del commercio globale al crescente livello di interdipendenza economica tra i due colossi. Ma il fattore forse più determinante è legato a quello che molti potrebbero vedere come un cavillo legale, le cui conseguenze però non tarderanno a farsi sentire. U L’inondazione di beni cinesi abbattutasi sull’Europa segue l’adesione di Pechino all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto nell’acronimo inglese) nel dicembre 2001. Fare parte di questo club significa che le tariffe imposte sulle importazioni di prodotti di altri Paesi membri devono gradualmente calare, facilitando quindi gli scambi commerciali.

Abbassando le barriere in entrata, le merci cinesi hanno cominciato a irrompere massicciamente nel Vecchio continente grazie a prezzi di produzione inferiori e a una qualità crescente. L’Europa ha però potuto avvalersi in questi anni di una sorta di diga d’emergenza per far fronte perlomeno all’invasione di prodotti venduti illegalmente. Il principio è che il commercio deve scorrere il più liberamente possibile, ma se si violano alcune regole lo si può ostacolare.

Su questa base, l’Europa ha avviato numerose procedure contro Pechino per l’uso di pratiche illegali nell’export. I Cinesi sono accusati di vendere i loro prodotti in Europa a prezzi inferiori a quelli del mercato cinese, o addirittura a quelli di produzione, in modo da poter sbaragliare la concorrenza europea. I prezzi sono tenuti così bassi perché le aziende produttrici godono di sussidi illegali da parte delle autorità cinesi. Di fronte a questa pratica illecita, l’Europa ha potuto difendersi in questi anni reimponendo su specifici prodotti cinesi dazi molto elevati, con il risultato di alzarne il prezzo quando sono venduti sul mercato europeo. Un caso molto pubblicizzato è stato quello dei pannelli solari ma molti altri prodotti cinesi si scontrano al momento contro gli argini di sicurezza eretti dall’Europa.

Il problema è che questo freno di emergenza potrebbe non essere più a disposizione a partire dal 2017.

Nell’aderire al Wto, la Cina ha infatti firmato un protocollo che prevede di fatto lo smantellamento di queste difese commerciali a partire dal quindicesimo anno dal suo ingresso nell’organizzazione del commercio globale, cioè precisamente dal dicembre 2016. Come molti testi giuridici, anche questo protocollo è scritto in un linguaggio ambiguo. Gli Americani ritengono che le barriere di emergenza potranno essere mantenute anche dopo il 2017. Per i Cinesi la questione non si pone e già si preparano a un mondo ancora più globalizzato. La posizione dell’Europa al momento sembra dare ragione alla Cina, secondo una prima opinione espressa dai legali della Commissione europea, che è responsabile per le questioni commerciali di tutti i 28 paesi Ue. Se all’opinione tecnica dovesse seguire il via libera politico, l’ondata di prodotti cinesi in Europa sarebbe solo all’inizio.

Le preoccupazioni per quello che potrebbe essere un cambiamento epocale sono lecite. L’Europa già da tempo ha aperto il suo mercato ad aziende extraeuropee pesantemente sovvenzionate con fondi pubblici che non sarebbero ammessi per società europee – basti pensare alle compagnie aeree degli Emirati del Golfo. Ma applicare lo stesso principio alla Cina avrebbe ripercussioni gigantesche, data la dimensione della sua economia, la prima al mondo secondo molti parametri. Non sorprende quindi che molte industrie Ue più direttamente colpite dalla concorrenza cinese, dall’acciaio al tessile, si lamentino con clamore. Guardare solo ai rischi nasconde però gli enormi vantaggi che l’Europa trae da una relazione più stretta con Pechino. Nell’ultimo decennio, al raddoppiamento delle importazioni cinesi ha fatto da parziale contrappeso la triplicazione dell’export Ue verso la Cina.

Il deficit commerciale europeo verso Pechino resta elevato ma è destinato a ridursi con il progressivo arricchimento delle classi medie cinesi sempre più alla ricerca di beni di lusso europei, e con il crescente apprezzamento della moneta cinese sull’euro. Inoltre, molte multinazionali europee hanno potuto contrastare la concorrenza globale attraverso delocalizzazioni della produzione in Cina (che contribuiscono significativamente all’export cinese), cosa che ha giovato alle attività di ricerca rimaste saldamente nel Vecchio continente.

Contrastare la Cina ha un costo, come si è visto quando Pechino ha minacciato ritorsioni sull’import di vini e automobili dall’Europa a seguito del contenzioso sui pannelli solari. Ingraziarsela sembra al momento avere maggiori vantaggi, soprattutto se i Cinesi confermeranno il loro intento di investire di più in Europa. Già lo fanno acquisendo gruppi europei, come Pirelli, per citare uno degli ultimi casi più significativi. Se riverseranno la loro enorme liquidità maggiormente nelle infrastrutture europee, come reti di telecomunicazioni o energetiche, potrebbero dare un enorme sostegno al piano Ue per il rilancio degli investimenti nel continente, da cui ci si aspetta il ritorno a una crescita economica stabile e la creazione di milioni di posti di lavoro. A Pechino e a Bruxelles prevale l’entusiasmo. Resta l’incognita di Washington, che sembra non vedere di buon occhio l’alleanza tra il suo principale partner e il concorrente strategicamente più pericoloso. 

@fraguarascio

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