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Migranti, l’invasione che non c’è

L’emergenza migratoria nel Sud Europa è reale ma il fenomeno è amplificato nella comunicazione pubblica che lo connota prevalentemente in modo negativo, non cogliendo invece le enormi opportunità che offre a un continente in rapido invecchiamento.

KOS, Greece - Afghan immigrants land at a beach on the Greek island of Kos after crossing a portion of the south-eastern Aegean Sea between Turkey and Greece on a dinghy early May 27, 2015. Despite the bad weather at least a dingy with over thirty migrants made the dangerous voyage to Greece. REUTERS/Yannis Behrakis

Prima di tutto i numeri. La gran parte dei migranti che arriva attraverso il Mediterraneo in imbarcazioni di fortuna fa domanda di asilo politico. Il numero delle richieste di protezione internazionale è quindi indicativo del fenomeno. Secondo gli ultimi dati Ue, nel primo trimestre del 2015 le nuove domande di asilo nei 28 paesi dell’Unione sono state circa 185.000. Se la tendenza dovesse continuare fino a dicembre, quest’anno potrebbe segnare il record assoluto di richieste. Questo è il quadro più comunemente descritto nei media, ma se si cambia prospettiva emerge un altro scenario. Le richieste di asilo nel primo trimestre 2015, uno dei più intensi di sempre, sono a conti fatti appena 365 per ogni milione di abitanti Ue (cioè circa 120 al mese). In alcuni paesi il rapporto è più elevato, ma paradossalmente non in quelli di primo arrivo dove l’opinione pubblica percepisce l’emergenza più che altrove. In Italia, per esempio, i richiedenti asilo nel primo trimestre dell’anno sono 251 per ogni milione di abitanti. In Grecia, il numero scende a 239. In Germania invece sono 905 per milione di abitante. L’Ungheria, poco amata all’estero per le idee estreme del suo premier Viktor Orbán, ha ricevuto 3.322 richieste di asilo per ogni milione di abitante, la cifra più alta tra i paesi Ue.

La maggioranza delle domande di protezione è rigettata dai paesi europei. Nel 2014, l’Ue nel suo insieme ha concesso lo status di rifugiato a circa 185.000 richiedenti asilo, prevalentemente di nazionalità siriana, mentre le richieste registrate nello stesso anno sono state oltre 625.000. Chi si vede respinta la domanda di asilo è obbligato a lasciare l’Europa. Lo fa al momento più di un migrante su tre. Questo numero è destinato a crescere significativamente con il rafforzamento delle operazioni di rimpatrio previsto nel piano Ue sull’immigrazione.

È chiaro dunque che nessuna invasione è in corso, e che i disagi sono dovuti alla scarsa capacità organizzativa di alcuni stati nel predisporre l’accoglienza e all’insufficiente solidarietà mostrata a livello Ue per gestire le emergenze più acute. Ma la percezione dell’invasione rimane, anche perché è in aumento la popolazione di stranieri che vive in alcuni paesi Ue. tra immigrati di lungo termine, regolari, irregolari o in attesa di regolarizzazione, alcuni stati hanno visto il numero di non cittadini moltiplicarsi negli ultimi anni. In Germania nel 2014 si registrano 7 milioni di stranieri su una popolazione complessiva di oltre 80 milioni. In Italia nello stesso periodo i non Italiani sono circa 5 milioni su oltre 60 milioni di abitanti. È utile far notare che una parte cospicua degli stranieri proviene da altri paesi dell’Unione europea. Nel caso dell’Italia, tra l’altro, il numero di immigrati corrisponde quasi specularmente a quello degli Italiani che vivono all’estero. Chi evoca paesi più omogenei maneggia un’arma a doppio taglio.

Chiariti dunque i veri numeri del fenomeno, è giusto domandarsi se la connotazione negativa dell’immigrazione sia dovuta a ragioni oggettive o a meri pregiudizi. La convivenza non è sempre facile e le situazioni di conflitto sono ben note. Ma le opportunità che si celano dietro a una corretta gestione del fenomeno eccedono di gran lunga i potenziali disagi.

L’Europa è il continente con la popolazione più vecchia del mondo. Nonostante le aspettative di vita si allunghino, il numero di decessi in molti paesi supera regolarmente quello delle nascite. Gli europei fanno sempre meno figli e l’unico fattore che controbilancia il calo demografico è l’immigrazione. In Germania e in Italia, per esempio, i decessi superano le nascite ogni anno da circa un decennio, e la popolazione cresce solo grazie all’arrivo di immigrati. Ma non abbastanza. Con le dinamiche attuali, in europa la forza lavoro (popolazione di età tra 15 e 64 anni) si ridurrà ad appena il doppio del numero di pensionati over 65 entro il 2060, secondo le ultime stime Ue. Attualmente il rapporto è di circa un pensionato per ogni 4 adulti in età lavorativa. Di questo passo, e con la strutturale tendenza al calo della natalità, la spesa pensionistica e sanitaria dei paesi europei sarà presto insostenibile. Per evitare questi scenari, servirebbero più giovani immigrati messi nelle condizioni di lavorare e versare i contributi. Ma questo richiede un grande sforzo organizzativo e culturale per trasformare una percepita minaccia in un’opportunità.

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