Prima pagina - Guerre d'Europa

Dopo la crisi del ’29, alcuni paesi uscirono dal Gold Standard (Regno Unito), altri vi restarono ancorati (Francia). Il risultato fu il tracollo del commercio internazionale, che ampliò e prolungò gli effetti della crisi americana. La lezione che avremmo dovuto imparare è che risposte nazionali a crisi globali sono inefficaci e rischiano di alimentare pericolose destabilizzazioni, che in quegli anni avrebbero favorito il clima nel quale scoppiò la disastrosa Seconda guerra mondiale...

Ma le scene e le dichiarazioni che si sono succedute nei giorni in cui è maturato l’ennesimo salvataggio della Grecia testimoniano che la storia sembra ripetersi con una regolarità impressionante.

Abbiamo dedicato addirittura la scorsa copertina all’irresponsabilità della classe dirigente ellenica, ma mi pare utile riflettere su quanto mi diceva un amico economista greco, nei travagliati giorni di luglio: “A noi Greci, nessuna istituzione europea ha spiegato quali fossero i sacrifici che avremmo dovuto sopportare, per quanto tempo e in cambio di quale prospettiva. Se qualcuno lo avesse fatto – chiosava – noi avremmo votato sì a quello strano referendum...”.

Questa considerazione coglie in pieno la ragione dell’attuale deriva europea! La gestione delle complessità deve vedere in prima fila Juncker e non Merkel (come fa a non capire che – pur di mantenere inalterato il consenso interno – sta conducendo i Tedeschi ad un livello di impopolarità globale mai conosciuto dal secondo dopoguerra!?), un Presidente europeo e non i leader nazionali, se non vogliamo scavare un solco incolmabile tra le nostre opinioni pubbliche e anche tra le classi dirigenti. Ho trovato appropriatissimo che il raggiungimento di un accordo fosse finalmente annunciato da Tusk e non da Hollande o da Cameron.

E nei giorni successivi, abbiamo assistito ad un’offensiva mediatica mai vista prima, con la quale Juncker e soci hanno provato a spiegare a tutti noi perché fosse ridicolo parlare di umiliazione di una nazione, dopo aver sborsato ormai quasi 300 miliardi di euro (ad oggi, ciascun Italiano ha contribuito con 700 euro circa) per consentire al popolo greco una transizione morbida verso un paese senza corruzione e clientelismo, con un’economia sostenibile, dove almeno la metà dei cittadini paghi le tasse e consenta dunque una distribuzione più equa della ricchezza, anche a beneficio dell’ormai famoso pensionato.

E speriamo di non doverne versare altre, di lacrime, per divisioni più gravi e dolorose...

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GUALA
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