Scontro tra l’Idea Europa e la Fortezza Europa

Il più grande pericolo dell’immigrazione è la superficialità con cui viene strumentalizzata per battaglie che non hanno nulla a che fare con la complessità del problema.

REUTERS/CONTRASTO/UMIT BEKTAS

Imigranti sulle sponde del Mediterraneo un tempo eravamo noi. All’inizio del ’900 in Tunisia c’erano 100mila Italiani che lavoravano in ogni settore, eravamo più di un decimo della popolazione. Quando nel 2011 esplose la rivolta che sbalzò dal potere Ben Ali, Kasserine, a 4 ore di auto dalla capitale, fu uno degli epicentri della ribellione. Mentre passavano i funerali dei giovani uccisi dalle forze di sicurezza, gli anziani ci spiegavano cosa stava accadendo: lo facevano in un italiano antico, un po’ smozzicato e dialettale imparato dai minatori italiani. Lavoravamo sotto terra, nei campi, nei porti: eravamo operai, pescatori, artigiani. A Istanbul i migranti italiani furono raccolti da Giuseppe Garibaldi nella Società operaia, oggi restaurata da un mecenate turco è una delle sedi espositive della Biennale d’arte di Istanbul.

E quando ci fu l’Italia coloniale in Libia i nostri contadini furono inviati laggiù, tra Tripolitania e Cireanica, costretti poi dalla disfatta militare al rimpatrio sulle famose Navi bianche, per tornare in Italia e vivere a migliaia, per anni, nei campi profughi, una storia poco conosciuta e dolorosa raccontata da un recente libro di Romain Rainero Le navi bianche (ed. Sedizioni, 2015).

La crisi attuale dei migranti è europea ma ne sottolinea una, più generale, del nostro sistema capitalistico a Ovest: le braccia servono meno di un tempo anche in fasi come questa di declinante demografia. Nel secondo dopoguerra fu firmato un protocollo italo-belga che sanciva lo scambio tra migliaia di minatori italiani da spedire in Vallonia in cambio di vagoni di carbone. Cominciava la ripresa economica del continente e le campagne europee e italiane si svuotavano di milioni di braccianti reclutati nelle industrie e nei servizi. Max Frisch, il grande scrittore svizzero, sintetizzò quel fenomeno in una frase folgorante: “Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”.

Nella Germania Federale del 1964 fu festeggiato l’arrivo del milionesimo Gastarbeiter: oggi a nessun governante europeo salterebbe in mente di celebrare un immigrato straniero. La cancelliera Merkel qualche tempo fa è stata irrisa dai media europei mentre cercava di spiegare a una bambina palestinese perché non sarebbe stata accolta. Anche se qualcuno dimentica che l’anno scorso la Germania ha avuto 200mila richieste di asilo, più di ogni altro Paese dell’Unione.

Siamo bravi a criticare e poco inclini all’autocritica: anzi l’immigrazione viene strumentalizzata da partiti e movimenti politici per fare battaglie in cui i migranti c’entrano poco o niente. Se alle porte di Roma ci sono manifestazioni per un pullman di 19 migranti, atteso per tre mesi da gruppi di facinorosi che manovrano anziani e pensionati, significa che il disagio è soprattutto nostro. Dei 170mila migranti sbarcati nel 2014, oltre centomila non sono più in Italia.

L’Italia non regge alla prova del migrante perché il Paese è gestito male da decenni e così non regge neppure l’Europa che allargata a 28 è diventato un coacervo di interessi nazionali ingestibili. L'Europa è rimasta un continente, non è uno stato. La questione delle quote dei migranti è stata emblematica, preceduta anche dalla sceneggiata degli stranieri abbarbicati sulle rocce di Ventimiglia che in parte sono stati avviati verso la Francia, con furbizia tutta italiana, sui sentieri degli spalloni. Nessuno vuole prendersi quote consistenti anche per questioni di propaganda interna: alla Spagna, per esempio, ne spettavano quattromila ma si farà carico di 1.500 persone. Perché nello scaricabarile del migrante non solo non esiste la solidarietà europea ma neppure quella mediterranea.

La verità è che la comunità europea è stata il prodotto prima della seconda guerra mondiale, poi della guerra fredda e infine del crollo del Muro, dell’ex Jugoslavia e dell’Unione Sovietica, quando su spinta americana e tedesca siamo andati a imbarcare Paesi che era forse meglio associare all’Unione e non farli entrare come stati membri. Siamo andati a raccogliere le macerie di un “mondo ex” che conoscevamo poco e di cui sapevamo ancora meno. Evidente al riguardo l’ultimo disastro, quello dell’Ucraina, altro stato fallito, da cui oggi non sappiamo neppure come tornare indietro. Viviamo paradossi quasi ridicoli. A Vienna con l’accordo sul nucleare la Russia ha contribuito a far togliere le sanzioni all’Iran ma a sua volta la Russia è un Paese sanzionato per avere inglobato la Crimea.

Il problema dei migranti è strettamente legato alla geopolitica europea e alla lettura distorta che ne viene fatta. Gli accordi di Schengen del ’95 furono venduti come una sorta di apertura delle frontiere interne ma soprattutto si trattava di chiudere quelle esterne, confidando nella guardia dei Paesi di confine, tra cui il nostro. Questa è la Fortezza Europa che fece accordi anche con Gheddafi pur di contenere i profughi africani: nessuno si è scomodato a spiegare che in Libia non esiste né la nozione di profugo, né di richiedente asilo ma soltanto quella di clandestino. Una legge che non è stata cambiata neppure dopo la caduta del regime gheddafiano, figuriamoci ora che il Paese è sprofondato nel caos.

In realtà la massa di profughi economici o provocati dalle guerre la riceve non l’Europa ma i Paesi intorno. La Turchia ha più di un milione e mezzo di rifugiati siriani, oltre un milione il Libano (con 4 milioni di abitanti in totale), poi vengono il Pakistan, l’Iran, l’Etiopia e la Giordania.

Come risolvere il problema? Invece di perdersi in teorie sullo stato-nazione, sul fallimento del multiculturalismo e le derive xenofobe, tutte cose ampiamente dibattute e strumentalizzate dalla politica per aggregare consensi elettorali, sarebbe meglio prendere atto della situazione sul campo: l’esplosione delle migrazioni deriva dalla disgregazione degli stati post coloniali in Africa, Medio Oriente e nell’Est dell’Europa. I migranti sono in fuga dal caos che sta sotto casa nostra, la casa europea che tenta di chiudere la porta ma soprattutto chiude gli occhi su un disastro di cui è stata complice. I governanti europei e italiani devono spiegare che affrontano questa emergenza di cui i migranti sono l’ultimo anello di una catena di clamorosi errori politici. Archiviate le cosiddette "primavere arabe" del 2011, la più illusoria delle definizioni, è ora che cominci la primavera della coscienza e della conoscenza.

@negrialbe 

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