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Una stella nascente in America Latina

Multietnico, meticcio e campione d’integrazione, il Perù sa ben destreggiarsi tra Occidente e Oriente.

REUTERS/ CONTRASTO/MARIANA BAZO

 Nel 1990, in una lunga intervista alla Paris Review, lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa definiva la situazione del suo Paese “catastrofica. L’economia sta affondando. L’inflazione è a livelli record. Nei primi dieci mesi del 1989 la gente ha perso metà del suo potere d’acquisto. La violenza politica è diventata estrema”.

In venticinque anni le cose sono cambiate. Vargas Llosa ha vinto il Nobel per la Letteratura, il terrorismo è stato sconfitto e il Perù si è trasformato nella stella dell’economia sudamericana. Ora Lima è il “puma del Pacifico”, la “tigre delle Ande”.

“Sono arrivato in Italia nel 2008. Ora tornerò in Perù, per aprire un bar – dice Miguel, cameriere a Venezia – Presto il mio Paese sarà più ricco del Cile”. In effetti tra il 2007 e il 2012 l’economia peruviana ha avuto un incremento medio annuo del Pil pari al 6,5%. Più di Colombia (4%), Cile (3,9%), Messico (1,8%). E secondo le sti me del Fmi, quest’anno dovrebbe crescere del 3,8%.

“Il Perù ha goduto di un sostenuto sviluppo economico dal 2004, che ha ridotto la povertà dal 48% a meno del 25% – spiega Carlos Aramburu, docente di Economia alla Pontificia Universidad Católica del Perú. Vero motore della crescita sono stati i prezzi dei minerali, specie in Cina, che ha avuto tassi di crescita alti fino a poco tempo fa. Infatti il punto debole dell’economia peruviana è che dipendiamo ancora dalle esportazioni primarie, e che c’è scarsa diversificazione”.

“Vale un Perù”, si diceva un tempo in Spagna alludendo alle favolose miniere dell’allora vicereame del Perù. Ancora oggi il Paese è il terzo produttore mondiale di argento e rame, il quarto d’oro. Il settore minerario pesa per il 15% dell’economia, ed è soprattutto grazie al boom delle commodity se il Pil peruviano (a parità di potere d’acquisto) è passato dai 134 miliardi di dollari del 2000 ai 389 di oggi.

Altro settore chiave è la pesca: la flotta peschereccia di Lima è enorme, le farine ittiche peruviane sfamano i suini e i polli degli allevamenti di mezzo mondo. Ma negli ultimi anni sono cresciuti pure il manifatturiero e i servizi, specie il turismo e le banche. Lima, “la perla del Pacifico” da quasi 10 milioni di abitanti, è tutta un cantiere, i centri commerciali si moltiplicano e i ristoranti sono gremiti (merito della gastronomia locale, un mix strabiliante di cucina europea, asiatica, india e africana).

A parere di vari esperti, il successo del Perù affonderebbe le sue radici nelle riforme neoliberiste varate dal controverso Presidente Alberto Fujimori negli anni Novanta. Il Fujishock (“Che Dio ci aiuti”, disse il Primo ministro Miller annunciando le riforme) valse a Fujimori l’appellativo di Chinochet, e costò lacrime e sangue ai più poveri. Ma contribuì a risanare un’economia che oggi ha riserve internazionali per 70 miliardi di dollari, una classe media in espansione e un’inflazione bassa.

“I nostri punti di forza sono la stabilità macroeconomica e l’indipendenza della Banca centrale, che assicura prevedibilità e solvibilità agli investitori – nota Alvaro Zapatel, economista dell’Università di Lima. Conta pure l’apertura della nostra economia al mondo, che genera vantaggi comparati e competitivi per il Paese”.

Quanto ai punti deboli del Perù, non ci sono molti dubbi: “Sono istituzionali, e ci impediscono di fare il gran salto ed entrare nell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ”. Il settore informale rappresenta il 50% del Pil peruviano, la corruzione è alta, la burocrazia soffocante (il direttore dell’Instituto Peruano de Economía ha definito il Paese “la repubblica del permesso”). “Le condizioni di salute della democrazia peruviana sono preoccupanti – dice José Saravia, filosofo all’ateneo Cayetano Heredia–. Il Peruviano medio è solito esercitare i suoi diritti di cittadino solo in due modi: eleggendo ogni tot di tempo i suoi rappresentanti, e poi assumendo verso di loro una posizione critica”.

Di certo i politici peruviani non brillano: un ex Presidente (Fujimori) è in galera, due sotto processo. Quanto al Presidente attuale, Ollante Humala, “la sua incapacità a livello di governo è evidente (si dice che la moglie lo manipoli) – nota Carlos Aquino, docente di Economia internazionale all’Universidad Nacional Mayor de San Marcos–. Il suo tasso di gradimento pubblico è sceso al 10%. Non ha una sua base d’appoggio. Il suo partito politico è debole, creato per le elezioni”. Ex chavista convertito all’ortodossia economica, in politica estera Humala ha dato prova di scaltrezza. Grande sostenitore dell’Alleanza del Pacifico (zona di libero scambio con Messico, Cile e Colombia), Humala ha rafforzato i legami con il Brasile e la Bolivia, è di casa in Messico, e ha migliorato i rapporti con il Cile. Vuole fare di Lima uno degli alleati strategici degli Stati Uniti in Sudamerica, e punta a costruire una superferrovia da un oceano all’altro con Pechino. Come dichiara un diplomatico italiano che conosce a fondo il Paese, “il Perù di Humala è gattopardiano, fa l’amico di tutti, un po’ come l’Italia”. È l’equivicinanza in salsa huancaína. America o Cina purché si ceni.

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