EAST WEST - Assalto all’Europa

Le emergenze non sono terreno per le innovazioni ma senza una visione politica capace di pensare oltre angusti espedienti paraurti, la rivoluzione demografica appena iniziata può solo sfociare nell’orrore sociale.

L’esodo migratorio al quale stiamo assistendo negli ultimi mesi verso il nostro continente necessita di due interventi: uno emergenziale, per gestire i flussi e rendere il dramma umano meno raccapricciante; uno strutturale, per fare in modo che l’accoglienza sia un fenomeno non epocale e quindi condivisibile da tutti e percepito come socialmente utile. Partiamo, come sempre, dai numeri, che ci aiutano nelle nostre considerazioni. Secondo gli ultimi dati (non pienamente coincidenti) di UNHCR (Alto commissariato ONU per i rifugiati) e OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni), il numero di rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo dall’inizio dell’anno per giungere in Europa si attesta tra i 350 e i 450mila, contro i 290mila dell’intero 2014! Di questi, circa 200mila sono giunti in Grecia e più di 100mila in Italia. I morti nel Mediterraneo sono stati 2.800 (numero agghiacciante!).

Stiamo dunque assistendo ad una pressione alle frontiere senza precedenti, soprattutto per Grecia, Italia e Ungheria.

Se in Italia, nel 2015, sono arrivati circa 100mila migranti, uno ogni 600 abitanti, nello stesso periodo, in Grecia, ne sono arrivati 160mila: cioè uno ogni 73 abitanti. È la Grecia, quindi, ad aver sopportato il peso più grande degli sbarchi e con un gran distacco rispetto all’Italia, il paese secondo classificato. In compenso, quasi la metà di tutte le richieste d’asilo presentate nell’Ue nello stesso periodo sono state fatte in Germania. Anche questa drammatica crisi dimostra che l’aggregazione europea potrà fare decisivi passi avanti solo quando la politica prevarrà sulle regole, nel momento in cui queste segnano evidentemente il passo.

Le regole, in questo caso, sono rappresentate dagli Accordi di Dublino (1990, un’era geologica fa!), che stabiliscono che lo Stato competente ad esaminare una domanda di asilo è quello in cui il richiedente asilo ha fatto il primo ingresso nell’Ue. In presenza di un esodo come quello di cui abbiamo appena fornito i numeri, è evidente che i paesi di primo arrivo hanno avuto la necessità, più che l’interesse, a lasciar passare i profughi (come ho visto fare con i miei occhi alla polizia di frontiera greca in un’isola dell’Egeo), affinché questi inoltrassero domanda d’asilo altrove. Il fatto politico di questi giorni (poco notato e sottolineato) è che i ministri degli interni dell’Ue hanno accettato il piano della Commissione europea, che prevede la redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo tra i paesi dell’Ue, decidendo a maggioranza qualificata, nonostante il rifiuto di Ungheria, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia. Si è trattato di una svolta storica in favore di una proposta che incide pesantemente sulle sovranità nazionali, imponendo di fatto la solidarietà anche ai paesi contrari. Il dato di 21 paesi su 25 (Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda godono di un opt-out nella politica di asilo e di immigrazione comune) che, di fronte alla più grave crisi umanitaria in Europa dal 1945, accettano di ripartirsi il carico dell’arrivo dei rifugiati, segna il superamento politico della regola dell’unanimità, con il consenso dei leader dei quattro paesi recalcitranti.

Operativamente, le singole e insufficienti iniziative nazionali per gestire le accoglienze (tra cui la pur lodevole Mare nostrum in Italia), salvando vite in mare e perseguendo gli scafisti in acque internazionali, vengono progressivamente sostituite dall’operazione congiunta europea Triton che, settimana dopo settimana, viene sostenuta da risorse economiche, umane e logistiche crescenti.

È in questo clima che è maturata la decisione di un discorso congiunto al Parlamento europeo di Angela Merkel e François Hollande, sulla scia del prestigioso precedente del 1989, pochi giorni dopo la caduta del muro di Berlino, quando furono il Cancelliere tedesco Kohl ed il Presidente francese Mitterrand a rivolgersi all’emiciclo di Strasburgo, immaginando un futuro federale per l’Europa allargata ad est.

Di quest’Europa abbiamo bisogno per affrontare la soluzione strutturale: finché non ci decideremo a dare un contributo a pacificare Siria, Iraq e Libia, non possiamo sperare di interrompere l’esodo verso le nostre coste. Oggi i grandi attori in campo sono tre: gli Usa, che hanno deciso non da ieri di ritirarsi dallo scenario mediorientale; la Russia, che ha riscoperto tutte le strategie e le tattiche dell’Urss dello scorso secolo (finanche l’asse con la famiglia Assad); e l’Ue, che potrà giocare un ruolo solo se faremo prove di aggregazione di politiche militari, così da dare forza alla diplomazia europea, in grado certamente di sedersi ai vari tavoli con maggiore autorevolezza del dispotico Zar Putin e di un recalcitrante Obama, se solo parlassimo ad una sola voce. Iniziative isolate come quella dell’aviazione francese contro Isis sono destinate alla marginalità...   

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA