Emergenza Giubileo

Nel Novecento sono stati celebrati ben sette Giubilei di cui tre straordinari. Il nuovo secolo si apre con l’annuncio di un nuovo Giubileo straordinario della Misericordia che inizierà l’8 dicembre 2015.

REUTERS/CONTRASTO

Il Giubileo della Misericordia, che si aprirà il prossimo 8 dicembre, non è il primo Giubileo straordinario proclamato dalla Chiesa: fin dalla sua prima istituzione, nel 1300, la ricorrenza giubilare ha rappresentato più la manifestazione di una volontà papale che il semplice compimento di un periodo di tempo convenzionale da un certo momento in poi fissato in 25 anni. Così, ad esempio, il Giubileo del 1800 non venne proclamato perché Roma era occupata dalle armate francesi, e lo stesso avvenne per il 1850, per le conseguenze dell’esperienza della Repubblica Romana. Al contrario nel XX secolo accanto agli Anni Santi ordinari hanno assunto forte rilievo ben tre Giubilei straordinari (nel 1933, 1966 e 1983).

L’apertura della Porta Santa celebra i 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II. Il Papa, al suo terzo anno di pontificato, guarda al Concilio come risposta a un mondo in trasformazione: in Asia, in Africa e in America Latina enormi masse popolari si spostano dalle campagne ai centri urbani dove, integrandosi nel processo di modernizzazione, pongono nuove domande alla religione. La Chiesa cattolica vuole parlare a queste masse, sulle quali tra l’altro hanno avuto una certa presa finora sette religiose di diversa natura, e vuole affrontare problemi politici inediti: il rapporto tra Stato e Chiesa cattolica in Cina, il rapporto tra Cristianesimo e altre religioni in India, il ruolo dei cristiani orientali nella guerra civile che si combatte nel mondo arabo, l’esodo migratorio verso i paesi ricchi.

La bolla di indizione del Giubileo (Misericordiae vultus, datata l’11 aprile scorso) guarda a questo mondo in cambiamento in cui convivono speranze e sofferenze: ricorda la parabola del figliol prodigo, chiede di “aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate condizioni esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica”; parla dei “tanti che non hanno voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa dell’indifferenza dei popoli ricchi”; esorta a “vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà”; chiede di “annunciare la liberazione a quanti sono prigionieri delle nuove schiavitù della società moderna, restituire la vista a chi non può più vedere perché curvo su sé stesso, e restituire dignità a quanti ne sono stati privati”.

Ovviamente la bolla papale dispone anche l’indulgenza dei peccati per i pellegrini che varcheranno la Porta Santa. Ma proprio sull’indulgenza la Chiesa cattolica affronta i maggiori rischi d’incomprensione. C’è stato infatti chi ha guardato con sospetto l’infittirsi degli anni giubilari dopo la fine dello Stato Pontificio: essi hanno consentito una notevole fonte di risorse per lo Stato Vaticano altrimenti privo di grandi mezzi. Così alcune voci, alla proclamazione del nuovo Anno Santo, hanno ricordato i conflitti interni alla Curia, usciti allo scoperto con le dimissioni di Benedetto XVI, e l’opera di difficile risanamento finanziario della sede pontificia intrapresa dal nuovo Papa: la decisione di proclamare un nuovo Giubileo è stata messa in connessione con l’esigenza di mezzi straordinari per governare la crisi organizzativa ed economica del Vaticano.

Ma è in Europa che una nuova indulgenza cattolica rischia di riaccendere vecchi conflitti. L’Europa è estranea ai maggiori mutamenti che caratterizzano l’attuale fase mondiale. Nel nostro continente gli anni più recenti rappresentano un periodo di ridimensionamento delle prospettive esistenziali dei cittadini e di sfiducia generalizzata nel futuro. Qui si è arroccata l’indifferenza dei popoli ricchi, per usare il lessico pontificio. In questo clima sono tornate le vecchie linee di faglia tra le diverse confessioni del continente: l’Europa riformata, quella cattolica e quella ortodossa si guardano con sospetto. Per esempio, le due parti dell’Ucraina in lotta tra loro sono la parte cattolica e quella ortodossa del paese. E non a caso la nazione che nell’Ue rappresenta maggiormente il cristianesimo ortodosso, la Grecia, è giunta questa estate a un passo dall’essere espulsa dall’Euro.

Nei riguardi dei paesi cattolici - Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Irlanda - i paesi del Nord Europa usano espressioni che ricordano gli argomenti della polemica protestante del XVI e XVII secolo: gli stati cattolici sono accusati di essere corrotti, viziosi, incapaci di governare i propri istinti, governati da politici avidi e da macchine amministrative inefficienti e inutilmente costose. E la figura dell’attuale pontefice, molto popolare nell’Europa mediterranea, lo è assai meno più a Nord, dove la parola Papist continua a rappresentare un grave insulto.

Al contrario, dall’Europa del Sud, non si manca di ricordare come proprio gli stati che oggi gridano al rigore sono quelli da cui si è originata la grande crisi nel 2007: Regno Unito, Olanda, paesi scandinavi, stati baltici. Anche oggi, come un tempo, l’Europa mercantile del Nord sembra nascondere i propri interessi materiali dietro una polemica moralistica per la virtù e il rigore.

Il nodo si stringe ancora una volta attorno al significato dell’indulgenza. Fu l’indulgenza promessa con la bolla Inter sollicitudines di Papa Clemente VII a diventare il bersaglio di una vastissima pubblicistica popolare di parte luterana in cui veniva dileggiato il pellegrinaggio e il commercio delle cose sacre. L’esperienza del lontano 1525, proclamato Anno Santo nell’incredulità generale e nel fuoco della rottura confessionale, può aiutarci a non ripetere gli errori di allora.

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