In fuga per sopravvivere

Per accogliere i rifugiati è necessario educare chi li accoglie a conoscere chi sono, da dove fuggono e perché.

 Hanno lasciato tutto quello che avevano, portandosi dietro il minimo indispensabile. Soprattutto si sono lasciati alle spalle la loro vita, che fino a qualche tempo fa poteva essere definita “normale”, forse “felice”, e adesso non esiste più. Sono migliaia i migranti che arrivano dalla Siria ma non solo. Tutti con lo stesso obiettivo: un luogo dove ricominciare. Sbarcati sulle isole greche o al Pireo si rendono conto che la prima sfida è contro i pregiudizi, contro chi li crede poveri e potenzialmente pericolosi.

“Il primo step che i Paesi dell'Ue dovrebbero compiere è educare i cittadini al concetto di rifugiato, c'è veramente troppa confusione sul tema”. A dirlo è Yonous Muhammadi, presidente di Refugees Greece, che collabora con il governo per accogliere i migranti. “Tutte le persone che lavorano con la nostra associazione – spiega Muhammadi –hanno un passato da migrante. Il nostro obiettivo principale è fornire ai rifugiati informazioni sul Paese in cui arrivano e facilitare per quanto possibile la loro permanenza e i loro spostamenti, dall'altra parte cerchiamo di sensibilizzare l'opinione pubblica e far capire che nei confronti dei rifugiati esistono preconcetti ingiustificati”.

Persone, esistenze, professioni, vissuti che si affacciano all’Europa. Come Mohammed, 32 anni, fuggito da Damasco con la moglie e i due figli, di 7 e 3 anni. “Non avrei mai pensato di dover scappare dalla Siria. – racconta subito dopo lo sbarco al Pireo – Fino all’ultimo ci siamo illusi di poter rimanere ma alla fine ci siamo decisi a lasciare tutto e partire. Io lavoravo come dirigente in un’azienda informatica. Guadagnavo bene, la nostra esistenza era serena, non ce ne saremmo mai andati se non costretti. Ora non sappiamo cosa troveremo ma sarà sempre meglio delle bombe e di quello che abbiamo sofferto nell’ultimo mese. A Kos ci hanno trattati come bestie, non credevo ai miei occhi e nel viaggio dalla Turchia all’isola ho avuto paura di veder morire i miei figli. Ci hanno caricati in 43 su una barca di 9 metri. Per me è già un grandissimo risultato essere sulla terraferma”.

Prima le umiliazioni di un trattamento disumano e poi la diffidenza della gente. “Dopo l’esperienza di questo viaggio, – dice Saad, 21 anni – mi viene da dire che per noi Siriani non c’è speranza. La mia città, Aleppo, è irriconoscibile. Ho già vissuto 2 anni a Istanbul. Adesso sto cercando di raggiungere la Germania, lì ho dei parenti. Forse riesco anche a riprendere a studiare, vorrei laurearmi, cosa che avrei fatto se fossi rimasto in Siria. Siamo 8 fra cugini e amici. Il più piccolo di noi ha 15 anni. Riesco a mantenere contatti sporadici con i miei genitori in Siria e quando gli intervalli si allungano ho sempre paura che li abbiano uccisi. Non ho idea di come saremo accolti in Europa, se solo avessi potuto sarei rimasto volentieri a casa mia”.

Fra i migranti che arrivano al Pireo c’è anche chi accusa l’Europa di essere uno dei responsabili di questa situazione senza precedenti. “Se l’Ue non ci vuole – dice arrabbiato Abdel, 24 anni – avrebbe potuto fare qualcosa perché la Siria non fosse dilaniata dalla guerra civile. Io non credo che riusciremo mai a tornare a casa, perché la Siria ormai non esiste più. Ci sono migliaia, se non milioni di persone pronte a scappare non solo dal mio Paese ma anche dall’Iraq. Non lo fareste anche voi, se la vita vostra e dei vostri cari fosse sotto costante pericolo? Io sono qui con mio cugino e la sua famiglia, siamo 6 fra cui 3 bambini. I più anziani non provano nemmeno a scappare, non reggerebbero le fatiche del viaggio. Noi ci riteniamo fortunati, perché almeno in due sacche abbiamo conservato i nostri effetti personali. Ha capito bene: della vita di 6 persone sono rimaste due sacche. Io in Siria mi sono laureato in medicina a pieni voti, spero in Germania di poter fare il medico ma prima dovrò imparare la lingua. Comunque, se l’Europa vuole che si blocchino i flussi migratori dovrebbe fare qualcosa per fermare le guerre che stanno lacerando il Medio Oriente”.

L’Europa: una meta ma anche un’incognita. “Il viaggio non finirà quando avrò raggiunto la Svezia – dice sconsolata Alaa, 27 anni, fuggita da Damasco – per me, come donna e come musulmana, la parte più dura comincerà a quel punto, quando dovrò farmi accettare da una comunità disinformata sulla società musulmana. Io sono nubile, in Siria avevo il mio lavoro. Ero segretaria di direzione in un’azienda cosmetica. Sono diplomata, parlo 4 lingue, non mi sono sposata, sto intraprendendo questo viaggio da sola ma so già che verrò guardata con distanza solo perché porto il velo”.

Storie e vissuti di persone a cui il destino è stato imposto, che si aspettano tanto dall’Europa. Ma il Vecchio continente sembra sempre più in difficoltà non solo a garantire un futuro alla sua popolazione attuale ma anche a collocare e ripensare in termini strategici un fenomeno di portata storica che continuerà per anni e al quale si sarebbe dovuti arrivare più preparati.

@martaottaviani

Persone, esistenze, professioni, vissuti che si
affacciano all’Europa. Come Mohammed, 32
anni, fuggito da Damasco con la moglie e i due
figli, di 7 e 3 anni. “Non avrei mai pensato di
dover scappare dalla Siria. – racconta subito
dopo lo sbarco al Pireo – Fino all’ultimo ci siamo
illusi di poter rimanere ma alla fine ci siamo decisi
a lasciare tutto e partire. Io lavoravo come
dirigente in un’azienda informatica. Guadagnavo
bene, la nostra esistenza era serena, non
ce ne saremmo mai andati se non costretti. Ora
non sappiamo cosa troveremo ma sarà sempre
meglio delle bombe e di quello che abbiamo sofferto
nell’ultimo mese. A Kos ci hanno trattati
come bestie, non credevo ai miei occhi e nel
viaggio dalla Turchia all’isola ho avuto paura di
veder morire i miei figli. Ci hanno caricati in 43
su una barca di 9 metri. Per me è già un grandissimo
risultato essere sulla terraferma”.
Prima le umiliazioni di un trattamento disumano
e poi la diffidenza della gente. “Dopo
l’esperienza di questo viaggio, – dice Saad, 21
anni – mi viene da dire che per noi Siriani non
c’è speranza. La mia città, Aleppo, è irriconoscibile.
Ho già vissuto 2 anni a Istanbul. Adesso sto
cercando di raggiungere la Germania, lì ho dei
parenti. Forse riesco anche a riprendere a studiare,
vorrei laurearmi, cosa che avrei fatto se
fossi rimasto in Siria. Siamo 8 fra cugini e amici.
Il più piccolo di noi ha 15 anni. Riesco a mantenere
contatti sporadici con i miei genitori in
Siria e quando gli intervalli si allungano ho sempre
paura che li abbiano uccisi. Non ho idea di
come saremo accolti in Europa, se solo avessi
potuto sarei rimasto volentieri a casa mia”.
Fra i migranti che arrivano al Pireo c’è anche
chi accusa l’Europa di essere uno dei responsabili
di questa situazione senza precedenti. “Se l’Ue
non ci vuole – dice arrabbiato Abdel, 24 anni –
avrebbe potuto fare qualcosa perché la Siria non
fosse dilaniata dalla guerra civile. Io non credo
che riusciremo mai a tornare a casa, perché la Siria
ormai non esiste più. Ci sono migliaia, se non
milioni di persone pronte a scappare non solo dal
mio Paese ma anche dall’Iraq. Non lo fareste anche
voi, se la vita vostra e dei vostri cari fosse
sotto costante pericolo? Io sono qui con mio cugino
e la sua famiglia, siamo 6 fra cui 3 bambini.
I più anziani non provano nemmeno a scappare,
non reggerebbero le fatiche del viaggio. Noi ci riteniamo
fortunati, perché almeno in due sacche
abbiamo conservato i nostri effetti personali. Ha
capito bene: della vita di 6 persone sono rimaste
due sacche. Io in Siria mi sono laureato in medicina
a pieni voti, spero in Germania di poter fare
il medico ma prima dovrò imparare la lingua. Comunque,
se l’Europa vuole che si blocchino i flussi
migratori dovrebbe fare qualcosa per fermare le
guerre che stanno lacerando il Medio Oriente”.
L’Europa: una meta ma anche un’incognita.
“Il viaggio non finirà quando avrò raggiunto la
Svezia – dice sconsolata Alaa, 27 anni, fuggita
da Damasco – per me, come donna e come musulmana,
la parte più dura comincerà a quel
punto, quando dovrò farmi accettare da una comunità
disinformata sulla società musulmana.
Io sono nubile, in Siria avevo il mio lavoro. Ero
segretaria di direzione in un’azienda cosmetica.
Sono diplomata, parlo 4 lingue, non mi sono
sposata, sto intraprendendo questo viaggio da
sola ma so già che verrò guardata con distanza
solo perché porto il velo”.
Storie e vissuti di persone a cui il destino è
stato imposto, che si aspettano tanto dall’Europa.
Ma il Vecchio continente sembra sempre più in
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in termini strategici un fenomeno di portata
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