Punti di vista - Iniziativa Silk Road, Silk Belt e politica cinese dell’immagine

Guidato dall’aspirazione alla simmetria per ambizione e per vocazione ed estremamente attento alla propria immagine, l’Impero di Mezzo non ha interesse all’aggressione, in prima battuta.

Un tempo si era soliti dire che la Cina era vicina proprio per sottolineare, per assurdo, quanto essa fosse lontana dal nostro abituale orizzonte. Quasi un altro pianeta che l'estraneità culturale e politica trasformava in un mondo alieno, con regole ben diverse dalle nostre e che rendevano molto difficile comprendere con esattezza cosa accadesse di volta in volta all'ombra della Città Proibita. Oggi questa estraneità si è per fortuna molto attenuata, anche se fra noi e i cinesi rimangono differenze tanto marcate da rendere sempre necessaria una maturata riflessione per interpretare correttamente decisioni di Pechino destinate magari a coinvolgerci appieno in un futuro a breve e media scadenza.

Oggi infatti la Cina non è soltanto vicina: è molto più che vicina! Progressivamente e rapidamente cresciuta sino a divenire uno degli elementi di riferimento condizionanti per il mondo attuale, essa presenta inoltre una spettacolare vitalità che non cessa di porla costantemente, un episodio dopo l'altro, al centro delle attenzioni - e a volte anche delle preoccupazioni – dell’intera comunità internazionale.

Non è un caso, ma piuttosto una conseguenza di tale vitalità, il fatto che nel corso degli ultimi anni non sia in pratica passato un mese senza che un avvenimento di rilievo portasse l’Impero di Mezzo agli onori della cronaca. In economia, prima ci siamo stupiti per il suo straordinario tasso di crescita, poi abbiamo iniziato a chiederci se per motivi vari la corsa non fosse prima o poi destinata a rallentare – o addirittura ad arrestarsi! – infine ci siamo fortemente preoccupati per la crisi della borsa di Shanghai nonché per l’effetto trascinante al ribasso che da essa irradiava verso tutti i mercati del mondo.

Nel settore della politica estera, ci hanno impensierito le dispute della Cina con il Giappone e con altri paesi dell’area per i contestati gruppi di piccole isole nel cuore del cosiddetto Mar Cinese Meridionale. Una situazione di tensione che ha aiutato gli Usa a rilanciare l’idea di una politica di contenimento nei riguardi di Pechino attuata arricchendo la corona di basi di cui già Washington dispone nel Pacifico.

E integrando, in senso implicitamente anticinese, la serie di trattati che già collegano Washington a tutti i maggiori protagonisti del Sud-Est asiatico.

Nel frattempo anche la politica interna del colosso asiatico appariva tutt’altro che calma, pur riuscendo a mantenere una sua linearità centrata sul tentativo del Presidente Xi Jinping di consolidare il proprio potere utilizzandolo per purgare partito e Paese da coloro che abusano e derubano e che la colorata fantasia cinese ha definito “mosche e tigri”, le une di basso le altre di più alto livello. In tale linea si sono succedute epurazioni anche di spicco che hanno colpito tra l’altro uno dei “principi” della nuova generazione e un funzionario di vertice dei servizi segreti militari. Oltre ad evidenziare come nessuno possa ritenersi al di sopra e al di fuori della legge da risultare intoccabile, tali epurazioni sono anche servite a chiarire come la dirigenza cinese sia decisa a continuare sulla strada della liberalizzazione economica e non accetti l’idea di passi indietro che favoriscano le industrie di stato riavvicinando il Paese a visioni economiche tipiche dell’era maoista.

Da ricordare infine, sempre nel settore della politica interna, anche la Rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong che ha posto in luce, oltre alla vivacità della gioventù della ex colonia, anche la sua capacità di mantenersi pragmatica, riuscendo ad accettare compromessi ragionevoli fra le aspirazioni ideali del momento e i risultati effettivamente conseguibili.

Oltre alla politica reale del Paese c’è poi da considerare come anche la politica dell’immagine, condotta da Pechino con costante e curata regia, sia riuscita negli anni più recenti a mantenere costantemente la Cina nel fuoco della corale attenzione. Iniziata con le Olimpiadi e proseguita con l’Expo di Shanghai, essa ha trovato recentemente espressione nella grande sfilata per il 70esimo anniversario della vittoria cinese nella Seconda guerra mondiale. Un avvenimento che ha voluto sottolineare la nuova forza del Paese, aperto al cambiamento e alla modernità… sia pure con quel tocco di ancoraggio al passato e alla tradizione evidenziato dalla giacca chiusa alla Mao Tse Tung indossata da Xi Jinping – e da lui soltanto – sulla tribuna d’onore.

Ci troviamo quindi di fronte a un grande Paese che per molti aspetti potrebbe far paura, non fosse altro che per la sua straordinaria vitalità e capacità di vedere e programmare lontano. C’è da considerare però come la Cina abbia sempre visto sé stessa in un modo molto particolare.

Innanzitutto come il paese che è al centro di ogni cosa, e ciò spiega come e perché sia arrivata ad autodefinirsi come il Regno di Mezzo. Poi come la realtà intorno a cui tutto gira. Infine come il paese indispensabile. Centralità, perno, indispensabilità... termini che difficilmente risultano compatibili con idee e politiche di esclusione e tensione.

Ecco perché, almeno finora, le iniziative di grande rilievo proposte dalla Cina sono state sempre inclusive, non esclusive, pur presentando a volte aspetti di reazione a mosse non gradite di altri paesi.

È successo così con la creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank che ha distrutto il tentativo e le speranze Usa di chiudere Pechino in una tenaglia di istituzioni finanziarie e trattati commerciali dominati dagli Usa ma che ha aperto prospettive tali da convincere buona parte dei paesi occidentali, Italia compresa, ad aderire subito e senza riserve.

Sta succedendo la stessa cosa anche con la proposta di una duplice grandiosa rivitalizzazione terrestre e marittima della antica Via della seta. Un progetto, quello della Silk Road, Silk Belt, che appare grandioso già come concezione e che potrebbe in un lasso di tempo relativamente breve cambiare radicalmente assi e flussi del commercio mondiale. Come beneficio derivato esso costringerebbe inoltre tutti i paesi sui previsti itinerari a politiche che garantiscano la continuità e la sicurezza del transito delle merci.

Avrà ancora la Cina, dopo il rallentamento economico e la crisi della Borsa di Shanghai, la forza e le risorse necessarie per continuare un progetto tanto coinvolgente e ambizioso? Pensiamo proprio di sì, considerato tra l’altro come un eventuale scacco inciderebbe pesantemente tanto sulla realtà presente quanto sulle prospettive future cinesi.

Inoltre in un caso del genere la Cina perderebbe la faccia, un lusso che nessuna potenza emergente ha mai potuto permettersi e un’eventualità che Pechino probabilmente non vuole nemmeno considerare. 

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