L’eredità del 44° Presidente

Ispirato a Lincoln, la primaria missione di Obama è stata sanare le ferite fra comunità, popoli e nazioni.

Riconciliazione con i nemici e guerra segreta contro i terroristi sono i due perni dell’eredità di politica estera e sicurezza che il presidente Barack H. Obama lascia al proprio successore, che si insedierà nello Studio Ovale il 20 gennaio 2017.

Arrivato alla Casa Bianca con il dichiarato obiettivo di porre fine agli interventi militari in Iraq e Afghanistan, il 44° presidente USA ha portato a termine il ritiro totale da Baghdad e la conclusione delle operazioni combattenti in Afghanistan. Tali risultati hanno consentito di archiviare l’eredità del predecessore George W. Bush. Ma ciò a cui Obama ha dedicato più risorse, politiche, militari e finanziarie, è la creazione di una propria legacy per riscrivere l’approccio alla sicurezza nazionale e alla proiezione dell’America nel mondo.

Consapevole di guidare il Paese aggredito l’11 settembre 2001 dal terrorismo jihadista e di fronteggiare un conflitto dai tempi lunghi contro tale avversario, Obama ha ridisegnato l’approccio Usa all’area del Grande Medio Oriente – dal Marocco al Pakistan – scommettendo sul dialogo con gli avversari. “Siamo pronti a tendervi la mano, se aprirete il vostro pugno” disse nel discorso d’insediamento, il 20 gennaio 2009, rivolgendosi all’Iran di Ali Khamenei e da quel momento ha costantemente cercato il dialogo con il Leader supremo della Rivoluzione islamica. Almeno due lettere segrete, personali, hanno creato le condizioni per un canale segreto in Oman che ha portato al negoziato sul programma nucleare di Teheran e quindi all’intesa di Losanna. Il cui significato di maggior valore non è nel testo di un documento disseminato di ambiguità – a cominciare dalla validità limitata a 15 anni – ma nella volontà politica di Obama di trasformare l’Iran da avversario in partner nel segno di una realpolitik tesa a dare maggiore stabilità al Medio Oriente.

È una scommessa di pragmatismo che ricorda quella compiuta da Richard Nixon e Henry Kissinger con la Cina di Mao all’inizio degli anni Settanta, basata sulla convinzione che il fondamentalismo sciita può trasformarsi da elemento di turbolenza a pilastro di stabilità. È un approccio che divide l’America, lacera il Medio Oriente, allontana Washington dai tradizionali alleati israeliani e sunniti, e potrebbe essere azzerato dal Presidente n. 45 ma ciò che più conta per Obama è dimostrare la possibilità di accordarsi con i nemici.

La conferma di tale impostazione viene dai molti altri tentativi in tale direzione: dalla stretta di mano con Hugo Chavez al summit inter-americano di Trinidad e Tobago alla fine dell’embargo contro Cuba dei fratelli Castro fino alle aperture di credito nei confronti dei Fratelli musulmani egiziani, quando governavano l’Egitto con il Presidente Mohammed Morsi, e ai negoziati con i taleban afghani grazie ai buoni uffici del Qatar.

Ovunque l’America si è trovata davanti a un avversario, dovuto alla Storia o all’ideologia, Obama ha tentato la strada della riconciliazione. I risultati politici sono ancora parziali perché i talebani continuano la guerriglia in Afghanistan, a Caracas il dopo- Chavez resta segnato dall’antiamericanismo, in Egitto i Fratelli musulmani sono tentati dalla violenza, a Teheran Khamenei definisce ancora l’America il “Grande Satana” e Cuba ha dato vita a una riconciliazione con Washington dagli esiti tutti da verificare. Ma per Obama conta aver iniziato il percorso, i cui risultati aspetta di vedere confermati dalla Storia delle prossime generazioni.

È un approccio alla legacy mutuato da Abraham Lincoln, il Presidente a cui più si richiama non solo perché governò l’America circondandosi di un team di consiglieri fra acerrimi rivali ma in quanto, dopo la vittoria nella sanguinosa Guerra civile, scelse di lasciare le armi ai soldati della Confederazione sconfitta con un atto di fiducia nei singoli ex nemici che ha posto le basi per il superamento di quella drammatica ferita, gettando le fondamenta per una nazione più grande, unita e solidale.

La scelta di richiamarsi a Lincoln per tendere la mano agli avversari del XXI secolo riassume l’identità di un Presidente la cui primaria missione è stata sanare le ferite fra comunità, popoli e nazioni. Con uno slancio che ha comportato anche sconfitte: a cominciare dalla Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev nei cui confronti Obama ha tentato un reset nei rapporti bilaterali che è stato percepito dal Cremlino come elemento di debolezza, spingendo Mosca a essere più aggressiva su ogni fronte, dall’annessione della Crimea alle incursioni in Ucraina, dalla difesa del regime di Bashar al-Assad in Siria agli accordi militari con Egitto e Arabia Saudita, fino alle provocazioni dei propri bombardieri strategici sui cieli del Nord America.

A ogni apertura di Obama, Mosca ha risposto guadagnando terreno per mutare il rapporto di forza con Washington frutto della sconfitta dell’Urss nella Guerra fredda.

Anche con la Cina i risultati di Obama sono stati inferiori alle attese, la “cooperazione strategica globale” non si è avverata, la Corea del Nord è riuscita a effettuare i primi test atomici e l’aggressività di Pechino nei confronti dei paesi vicini allarma Giappone, Corea del Sud e Australia. Fino al punto da far ipotizzare un conflitto regionale dalle conseguenze imprevedibili. In tale cornice i rapporti con l’Ue restano in bilico perché legati soprattutto alla sorte delle trattative sulla liberalizzazione degli scambi e degli investimenti che è l’obiettivo prioritario di una politica economica internazionale tesa a creare a cavallo dell’Atlantico – come del Pacifico – aree di libero commercio capaci di sostenere la crescita Usa e dei loro maggiori partner economici.

Infine, ma non per importanza, la lotta al terrorismo. Cercare con ostinazione il dialogo con gli avversari, anzitutto nel mondo musulmano, nulla toglie alla determinazione mostrata da Obama nel continuare la guerra iniziata da G. W. Bush. Ma con mezzi differenti.

Non interventi militari di tipo tradizionale bensì operazioni segrete, condotte con l’impiego congiunto dei gioielli dell’alta tecnologia e delle truppe speciali. Obama ha iniziato, pianificato ed esteso l’uso massiccio dei droni per dare la caccia ai terroristi Most Wanted – la cui lista è in una “Matrice” da lui stesso autorizzata – realizzando attacchi in una dozzina di Paesi inclusi Pakistan, Yemen, Somalia, Siria e Iraq. Obama come commander in chief ha inaugurato l’uso dei droni come arma globale per dare una caccia permanente ai terroristi che minacciano l’America e i suoi interessi. Per questo l’eliminazione di Osama bin Laden, nella villa bunker di Abbottabad la notte del 1 maggio 2011, è stata l’inizio di una nuova fase del conflitto scaturito dalla risposta agli attacchi dell’11 settembre. Abile nel condurre operazioni segrete, Obama si è dimostrato invece inadatto ad affrontare campagne militari tradizionali: la “guida dal sedile posteriore” teorizzata nel 2011 per sostenere l’intervento Nato contro il regime del colonnello Gheddafi ha gettato la Libia nel caos così come la coalizione anti-Isis, inaugurata ad agosto 2014, ha avuto risultati assai scarsi a dispetto della partecipazione di oltre 60 Paesi contro un avversario che si muove sui pick-up.

Tanto in Libia come in Siria-Iraq Obama si è opposto all’impiego di truppe di terra restando fedele alla sua nuova dottrina, favorevole alle guerre segrete, che ha proiettato però l’immagine di un’America svogliata, distratta e dunque debole. Sono tali motivi che suggeriscono come l’eredità di Obama in politica estera e di sicurezza sia destinata a mettere a dura prova il suo successore, chiunque esso sia: il dialogo con i nemici espone a rischi che il n. 45 potrebbe non volersi assumere così come l’aggressività di Russia, Cina, Iran e del Califfo dello Stato islamico imporrà al nuovo inquilino dello Studio ovale di reagire, tentando di ripristinare prestigio e credibilità dell’America nelle zone di crisi.  

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GUALA
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