La fanciulla dell’Est

“Ce la facciamo” dichiara a sorpresa Angela Merkel che, immigrata lei stessa 25 anni fa dalla RDT, è considerata oggi la donna più potente del mondo.

Sembra un reperto di un mondo lontano e perduto: la foto a colori mostra Angela Merkel un quarto di secolo fa. Il 2 novembre 1990, a poche settimane dalle prime elezioni politiche della Germania riunita e dal suo primo ingresso al Bundestag, la36enne novellina della politica siede in un casotto di pescatori sull'isola di Rügen. La futura Cancelliera indossa una gonna jeans e un golf, i capelli sono corti e appiattiti. Si trova nella sua circoscrizione, i pescatori sono quindi possibili elettori. La luce del sole filtra di traverso dalla finestra, la scena ha qualcosa di fiabesco. Scorgiamo un'Angela Merkel diversa da quella che si conosce oggi. Sembra quasi un'apprendista, una scolara timida e introversa. Trasmette un che di apprensivo, non dà affatto l'impressione di una tipa tosta, lo sguardo pare velato di malinconia. Com'è possibile che in 25 anni sia diventata – riprendendo una formula molto amata dai media – la “donna più potente del mondo”? Una seconda occhiata alla foto ci svela un indizio. Perché guardando attentamente la sua espressione s'intuisce che la ragazza è forte, determinata, incrollabile: è sicura di sé, allora come oggi. Non alla maniera chiassosa di Helmut Kohl o Gerhard Schröder ma in un modo silenzioso e inflessibile.

Come si spiega questa sua ascesa vertiginosa? Viene da attribuirle una spiccata sete di potere – potere che per lei non ha niente di diabolico. Ma è stato anche l'effetto sorpresa a giocare a suo favore: Angela Merkel è una donna e viene dall'Est. Fino a quel momento non si erano mai viste donne perseguire il potere così apertamente e con tanta tenacia. I concorrenti politici maschi, non avendo la più pallida idea di come gestire questa novità, le permisero di avanzare senza troppi sforzi. Merkel dovette ambientarsi nell'Ovest, in una cultura politica a lei estranea. In questo senso era un'immigrata e godeva di quel vantaggio che ha sempre caratterizzato gli immigrati: non essendo troppo affezionati al nuovo mondo, essi riescono a operare al suo interno in maniera più funzionale. Merkel ha saputo riconoscere il proprio vantaggio ed è riuscita a fare il passo giusto al momento giusto. Per molti tedeschi orientali la mancanza di dimestichezza con l'Ovest si è rivelata un ostacolo e un freno. A lei, ha dato una marcia in più.

Merkel si è dimostrata estremamente flessibile. Ha governato con i socialdemocratici e con i liberali e, qualora fosse necessario, sarebbe indubbiamente capace di governare anche con i Verdi: è aperta su tutti i fronti. Sotto la sua guida l'Unione Cristiano-Democratica si è spogliata quasi completamente della propria eredità conservatrice. Merkel si appropria dei temi della socialdemocrazia, ed è anche per questo che l'SPD non cresce sotto la sua reggenza. La Cancelliera ha saputo deideologizzare la politica tedesca come nessun altro.

Merkel non è un'appassionata di politica interna. L'economia tedesca se la passa bene grazie a Gerhard Schröder e alla sua “Agenda 2010”, non a lei. Preferisce non vincolarsi e lasciare le questioni aperte il più a lungo possibile. Naviga a vista, tanto per usare il gergo nautico – nella nebbia, direbbe qualcun altro. Eppure è anche capace di decisioni drammatiche e sterzate repentine. Dopo lo Tsunami e la tragedia di Fukushima ha invertito la rotta da un giorno all'altro, decretando una “svolta energetica” per la Germania e quindi l'uscita dal nucleare al più presto possibile, senza neanche consultarsi con gli altri Stati dell'UE. Il risvolto del suo attendismo è il dispotismo. Si potrebbe anche definire mancanza di principî. Merkel è capace di calpestare regole e leggi senza alcuna esitazione se lo ritiene opportuno. Opera lentamente e velocemente allo stesso tempo. La sua indifferenza ideologica rispecchia una tendenza generale all'indefinitezza nella politica tedesca. Da parte sua, lei non fa che rafforzare questo trend. E i Partiti rischiano di ridursi a meri involucri.

Non la sentiremo mai rivendicare il “mantello della storia”, come piaceva fare a Helmut Kohl – non ammetterebbe mai di volerlo. Eppure grazie alla sua apertura indiscriminata e alla sua perseveranza si è aggiudicata un ruolo importante a livello internazionale. Si vede che all'impavida Merkel piace muoversi sulla scena mondiale, dove ormai è abbastanza affermata. Adesso può fare in grande stile ciò che ha già fatto in casa: usare la forza inesorabile della parola apparentemente volta al dialogo, invocando e discutendo decisioni che, a forza di parlarne, finiscono per apparire inevitabili.

Dove sarà tra cinque anni? Se fosse ancora Cancelliera – il che è probabile, ammesso che lei lo desideri – sarebbe in carica da 15 anni, appena un anno in meno rispetto a Helmut Kohl, che con 16 anni detiene il record della Cancelleria della Repubblica Federale. A ogni modo abbiamo motivo di credere che Merkel sarà la prima Cancelliera della Repubblica Federale a lasciare l'incarico volontariamente, e non perché ha perso alle elezioni o è stata rovesciata. Chissà se è una persona capace di ritirarsi.

Ha lasciato a bocca aperta la Germania intera quando, di fronte all'enorme afflusso di profughi in Europa, ha detto (riguardo al proprio Paese): “Ce la facciamo”. Molti hanno criticato quest'affermazione come precipitosa, alcuni l'hanno rimproverata di “imperialismo morale”, altri ancora hanno insinuato che Merkel speri di attirare migranti altamente qualificati in Germania a spese degli altri Stati membri dell'UE. Deutschland, Deutschland, über alles, il vecchio motivetto. Ma le cose non stanno così. Venendo dall'Est, Angela Merkel sa quanto può essere forte il desiderio di fuggire. Con quel “ce la facciamo” si è mostrata, forse per la prima volta, enfatica e pronta ad accettare profondi cambiamenti per l'Europa e la Germania in nome di una grande causa. Si è mostrata pronta, addirittura, a tuffarsi a capofitto in quei cambiamenti e a plasmarli con ferocia e passione.

I profughi vengono in Europa e continueranno ad arrivare. I problemi di così tanti Paesi africani, mediorientali e di altre regioni – problemi di cui in parte l'Europa deve prendersi la responsabilità  – sono talmente grandi che non è realistico aspettarsi che l'esodo cessi da un momento all'altro. Pertanto dobbiamo abituarci all'idea che questo flusso migratorio modificherà considerevolmente il volto dell'Europa negli anni e nei secoli a venire. Non saremo più un'oasi cristiano-giudaica. Possiamo respingere questo scenario e precluderci ogni prospettiva di successo. Ma possiamo anche accettarlo, desiderarlo, forgiarlo. Sembra che Angela Merkel, fisica protestante del Brandenburgo, abbia scelto la seconda opzione. Se deciderà di metterla in pratica dovrà fare tutto ciò che è nei suoi poteri per tramutare l'Unione Europea in un soggetto politico degno del proprio nome: una compagine con tutte le caratteristiche di uno stato.

Sarebbe proprio un bel finale: un’Europa post-nazionale che cerca di convertire l'Islam alla democrazia, promossa e sostanzialmente creata da una politica che viene dalla RDT – e cioè da uno Stato piccolo, oppressivo e fallito, che non voleva avere niente a che fare con il resto del mondo, con i flussi migratori, e con la forza travolgente della modernità globalizzata.

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GUALA
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