Matrimonio all’italiana o all’europea?

In fatto di unioni, l’Italia sceglie la poligamia. Ma l’Europa non ci sta.

Luca e Manolo sono due ragazzi gay. Luca è italiano, Manolo è spagnolo, e si vogliono sposare. Dove? In Italia non è possibile, in Spagna sì. I due volano a Madrid, dove il comune si accerta che Luca non sia già sposato in Italia. Per il comune italiano di residenza Luca è celibe, e Manolo può quindi impalmarlo senza problemi. I due sposini tornano in Italia, e si recano all’anagrafe del comune di Luca per trascrivere il matrimonio. L’anagrafe italiana però non può registrare il matrimonio di due persone dello stesso sesso, e così Luca rimane celibe, in Italia. A questo punto Luca conosce John, un ragazzo inglese, con il quale decide di convolare a nozze in Inghilterra, ma senza divorziare prima da Manolo. Luca e John volano a Londra, dove il comune di sua maestà si accerta che Luca sia celibe. Per il comune italiano lo è, e Luca può risposarsi per la seconda volta. Luca decide infine di tornare in Italia dove, ancora coniugato con Manolo e John, chiede ad Anna di sposarlo. Nessun problema, Anna è una ragazza, e il sindaco del comune di Luca può celebrare il rito civile. E alla fine vissero tutti felici, contenti e sposati, con Luca. Morale della favola? La poligamia in Europa è burocraticamente possibile.

Dietro a questo immaginario stress test alle istituzioni italiane proposto dall’europarlamentare Daniele Viotti (Socialisti e Democratici) inPolygame un divertente video pubblicato online, si nasconde una questione più seria, in agenda del legislatore italiano dal lontano 1988: il riconoscimento giuridico delle coppie, etero e gay, che vivono insieme senza essere sposate. Una questione che in Italia riguarda circa 2 milioni di persone, alle quali lo Stato non garantisce un pieno riconoscimento dei diritti e dei doveri di coppia. Una discriminazione che la Corte costituzionale ha più volte giudicato contraria all’articolo 2 della Costituzione, e della quale si è recentemente occupata anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, dando ragione a tre coppie omosessuali a cui è stato negato qualsiasi tipo di riconoscimento legale. Infatti, se in assenza di unioni civili per dei conviventi etero esiste sempre la possibilità di sposarsi, per due persone dello stesso sesso l’ordinamento italiano non ammette neppure il matrimonio egualitario. Insomma, nel Bel Paese i nostri Luca e Manolo sono discriminati due volte: non si possono sposare e non si possono far riconoscere come coppia convivente.

 

Nella maggioranza dei paesi dell’Ue la situazione è diversa. L’ordinamento di 18 paesi su 28 riconosce le unioni civili etero e gay, e tra questi sono 11 gli Stati membri che ammettono matrimoni tra persone dello stesso sesso (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Svezia). L’Italia, non offrendo alcun tipo di riconoscimento giuridico, è in buona compagnia insieme a Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, e Slovacchia.

Un’assenza di tutele che il Parlamento europeo ha denunciato a luglio di quest’anno (lo aveva già fatto nel 2013 e 2014), nella sua annuale relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione, dove s’invitano gli Stati inadempienti a “prendere in considerazione istituti giuridici quali coabitazione, unione registrata o matrimonio”. La relazione è un documento di indirizzo, non giuridicamente vincolante, poiché, come ricorda Daniele Viotti “il Parlamento europeo non ha potere legislativo sui diritti civili e può solo fare pressione politica affinché vengano rispettati i diritti fondamentali delle persone”. D’altra parte, il Parlamento di Strasburgo non si è limitato ad ammonire, e ha invitato la Commissione europea a presentare una proposta di legge che disciplini a livello comunitario il pieno e reciproco riconoscimento, tra i paesi dell’Ue, degli effetti di tutti gli atti di stato civile. Si tratterebbe di un’armonizzazione tesa non solo a contrastare le discriminazioni che colpiscono i diritti delle persone LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali e Transgender), ma a salvaguardare uno dei più importanti principi su cui si basa l’Ue: la libera circolazione dei cittadini.

Perché una coppia omosessuale belga, sposata, dovrebbe andare a cercar lavoro in Polonia non potendo contare sugli stessi diritti e tutele offerte in patria? L’ostacolo “tecnico” è evidente, e come già avvenuto in passato - per la libera circolazione delle merci - è probabile che l’avanzamento dell’integrazione europea procederà a colpi di sentenze più che per genuina volontà politica dei governi nazionali.

 

Nel frattempo, un segnale positivo è arrivato dalla cattolicissima Irlanda, che nel maggio 2015 ha approvato tramite referendum una legge sulle nozze gay, grazie al 62,1% di voti favorevoli. Una maggioranza popolare non scontata ma più diffusa di quanto si potrebbe pensare. È la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo, nelle motivazioni della sentenza che ha condannato l’Italia, a evidenziare l’ampia maggioranza di italiani favorevole alle unioni civili tra persone dello stesso sesso (il 67% secondo un sondaggio dell’Istituto Piepoli). Più divisivo risulta invece il matrimonio egualitario, accettato da una timida maggioranza del 53%, contro il 43% di contrari (sondaggio Demos). Numeri che sembrano dimostrare quanto “la società sia più avanzata di buona parte della sua classe politica” commenta Viotti, che ammette anche che su un tema così delicato “non potremo mai avere tutti d’accordo ma dobbiamo avere il coraggio delle nostre scelte, già radicate nella società”.

Una fotografia che riporta alla mente eventi di più di 40 anni fa, quando in Italia - per ironia del destino - le lotte civili e politiche furono per conquistare il diritto opposto, quello di divorziare. Dopo l’estenuante e includente parata di acronimi a cui si è assistito durante gli ultimi governi (dai “Pacs” ai “Dico” passando per i “Didore”), il Ministro per le Riforme Costituzionali Maria Elena Boschi ha promesso che il disegno di legge sulle unione civili, presentato dalla senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà, sarà approvato entro l’anno.

A contrastarlo ci sarà però un cammino irto di emendamenti, 4000 per ora. Questa, per l’Italia, potrebbe essere l’ultima chiamata da parte di un’Europa che, puntualizza Viotti, “non chiede solo il pareggio di bilancio ma anche il pareggio dei diritti”.

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