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Mercati & politica - Le quattro sfide della Cina

Come gestire un calo della crescita e restare la seconda potenza economica mondiale.

REUTERS/CONTRASTO/ALY SONG

Dopo le riforme economiche introdotte da Deng Xiaoping nel 1978, la Cina ha vissuto 35 anni di crescita straordinaria, che ha strappato milioni di persone alla povertà, permesso l'accumulo di ingenti riserve di valuta estera e restituito al paese un ruolo di primo piano sullo scacchiere mondiale.

La Cina è diventata la seconda economia mondiale con un PIL di circa $10.5 trilioni (€9.3tn) pari al 13.5% del PIL globale, secondo solo agli Stati Uniti con $17.4 trilioni (€15.4tn), e tre volte quello del Giappone e della Germania.

Questi strabilianti tassi di crescita sono stati ottenuti grazie alla liberalizzazione del mercato, alle aperture verso il commercio e gli investimenti del resto del mondo e a un massiccio programma di trasferimento delle popolazioni rurali verso le città - nell'ordine di 20 milioni di persone all'anno – per lavorare nelle nuove fabbriche. La Cina ha anche migliorato alcune sue istituzioni, specialmente nel campo dell'istruzione. Altre, come la libertà di stampa e perfino l'accesso a internet, strumenti fondamentali di vigilanza del potere, languono ancora.

Dopo aver registrato tassi di crescita intorno all'8% annuo per molti anni (anche più alti tra il 2002 e il 2007), il PIL cinese inizia a rallentare verso la fine del 2014 e nel 2015, cali mitigati con successo da politiche fiscali e monetarie ortodosse, inizialmente.

Di contro, la gestione del drammatico ribasso della borsa cinese avvenuto nel corso di quest'anno, innescato da una vasta bolla speculativa, ha provocato molte perplessità, che si sono trasformate in angoscia dopo l'annuncio della mini-svalutazione del renmimbi in agosto; un sorprendente scostamento dalle prevedibili e plausibili politiche valutarie seguite negli ultimi anni. La svalutazione – irrisoria in termini economici – ha scombussolato i mercati mondiali, e ha indotto la Federal Reserve USA a posporre il previsto rialzo dei tassi d’interesse di settembre.

Questa ondivaga linea politica ha portato molti operatori di mercato a convincersi che il rallentamento del PIL cinese sia ben peggiore del tasso ufficiale del 7%. Più voci sparse hanno parlato di una crescita di solo un paio di punti percentuali, se non addirittura negativa. 

Tutte illazioni senza fondamento. A UniCredit abbiamo confrontato il tasso di crescita ufficiale con un vasto - e solitamente ben correlato - numero di altri indicatori, incluso il consumo elettrico, le vendite e il commercio con l'estero, e ne è risultato un quadro di crescita intorno al 6.0% – 6,5%. Non proprio il 7% vantato dalle autorità ma niente che si possa tradurre nel ventilato collasso dell'economia cinese.

Detto questo, anche se le prospettive cinesi nel breve periodo non destano preoccupazioni, nel medio e lungo periodo le autorità del paese devono comunque affrontare quattro importanti sfide:

In primis, i prestiti ai settori non finanziari sono esplosi in anni recenti e le azioni implementate in risposta al rallentamento tendono a incoraggiare ulteriore debito e investimento. Dal 120% circa del PIL nel 2007 (livello già alto secondo gli standard internazionali), il rapporto debito/PIL si attesta ora quasi al 200% del PIL. Vale a dire circa il doppio di quello che viene considerato gestibile. Riportare alla "normalità" questo indice senza influire negativamente sulla crescita richiederà un’operazione di alto equilibrismo finanziario dagli esiti tutt'altro che scontati. Ovviamente, le ingenti riserve di valuta estera faranno comodo in questo frangente.

In secondo luogo, mentre tenta di ridurre il debito, la Cina deve anche spostare l'accento della propria economia dagli investimenti ai consumi. Investimenti nell'ordine del 45% del PIL sono chiaramente troppo alti, mentre il consumo, che si attesta su livelli simili, è troppo basso per una sostenibilità nel lungo termine. Come termine di paragone, quando in Giappone e a Hong Kong si registravano tassi di crescita intorno al 10% (1961 – 70), i tassi d’investimento si collocavano tra il 20 e il 30% del PIL mentre il consumo raggiungeva il 50%-65%. In altre parole la Cina deve affrontare l'inedita sfida di ridurre gli investimenti e al contempo aumentare i consumi. Un compito gravoso che richiederà poco meno di un miracolo se non si vuole interferire con la crescita.

Terzo, la Cina ha seri problemi demografici. Entro un paio d'anni, dopo la lunga stagione del figlio unico, la popolazione in età lavorativa si ridurrà drasticamente. Inoltre, la quantità sufficiente di personale qualificato pronto a trasferirsi in città per mantenere produttivo il sempre più sofisticato meccanismo capitalistico non è più assicurata. Gli accademici che confrontano i tassi demografici, di urbanizzazione e di capitali rilevano che nei prossimi cinque – dieci anni la crescita annuale cinese dovrebbe calare intorno al 3%. Si sarebbe dunque prossimi a quello che gli economisti definiscono il "punto di svolta" di Lewis.  In parte conseguenza dei molti anni di vacche grasse ma comunque da gestire.

Quarto, la Cina dovrà affrontare queste sfide, e gli alti e bassi che caratterizzano ogni economia di mercato, senza il quadro politico consueto nelle altre economie di mercato. Senza un’equilibrata divisione dei poteri, la corruzione e l'appropriazione indebita da parte della "casta" tendono a essere più pronunciate rispetto alle economie dove vige l’indipendenza dei mezzi di comunicazione. Il Presidente Xi Jinping ha lanciato una grande offensiva contro la corruzione ma l’esito è incerto. E poichè la dimensione della torta – il PIL cinese – non cresce più come prima, la distribuzione delle fette tra le varie regioni e classi sociali rappresenta una sfida politica che nessun sistema monopartitico ha mai affrontato prima d'ora.

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