Tangentopoli alla brasiliana

Esplodono gli scandali e la corruzione nella seconda potenza economica delle Americhe.  

Nell’Atlantico del sud i cicloni tropicali sono rari. Qualche volta però accadono, con effetti drammatici. Ed è proprio un ciclone quello che si è abbattuto sul Brasile (200 milioni di abitanti, il settimo PIL del mondo). Un ciclone economico, finanziario, politico e giudiziario, che sta travolgendo pezzi importanti della classe dirigente, e scuotendo l’immenso paese da una parte all’altra. “La situazione in Brasile è gravissima, il nostro debito pubblico è stato classificato come “spazzatura” da S&P – dice Ricardo, ingegnere di San Paolo che vive in Italia e preferisce restare anonimo –. È anche vero che io sono un “tucano” [un elettore del PSDB, partito dell’opposizione] e non ho mai apprezzato il sistema Lula».

Le prime avvisaglie dell’imminente ciclone si erano verificate nel 2013 con le grandi proteste popolari di giugno. Allora a scendere in piazza erano stati soprattutto cittadini a basso reddito, contrari sia all’aumento del costo dei trasporti pubblici, sia agli sprechi per le infrastrutture di Mondiali e Olimpiadi. Nel 2014 le proteste continuavano, ma con meno verve; in compenso l’economia ristagnava, e scattava l’inchiesta Lava Jato (autolavaggio), su un gigantesco schema di corruzione e appalti truccati che vedrebbe coinvolti dirigenti del colosso energetico Petrobras, grandi aziende di costruzione, politici.

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