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Europa sfigurata

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Brexit è stata un colpo duro, la post Brexit sembra peggio: “Business as usual” non può bastare a gestire un evento di portata storica.

Complice l’effetto sorpresa rispetto ai sondaggi rassicuranti del giorno del voto, la deflagrazione Brexit ha coinvolto l’intera Europa. Il nuovo irrompere poi del tema sicurezza nella vita dei cittadini e delle istituzioni europee, reso più sconvolgente dalle agghiaccianti modalità dell’attentato di Nizza e dai rivolgimenti conseguenti ai drammatici avvenimenti in Turchia, sulla porta dell’Europa, ha complicato il quadro in modo ancora più preoccupante.

Partiamo proprio dalla sicurezza e dalla crisi dei migranti, in qualche modo ad essa collegata: l’Unione Europea, fin dai tempi della Comunità, aveva avuto l’economia al centro della sua agenda; oggi, si trova improvvisamente proiettata in una dimensione nuova, difficile e non prevista, senza la necessaria preparazione. La crisi dei migranti e dei rifugiati ha raggiunto le dimensioni della più grande mobilità forzata di esseri umani che si sia mai vista nel Mediterraneo, dalla Seconda Guerra Mondiale. Alla Caduta del Muro di Berlino, infatti, i grandi numeri di quella migrazione erano resi più gestibili da un’omogeneità etnica, religiosa e linguistica, che rendeva meno disastrosi gli effetti dell’incontro. I milioni di rifugiati e di migranti che sono in movimento in questi mesi, invece, oltre ad abbandonare paesi che non esistono più, Siria in testa, sono portatori di caratteristiche etniche, religiose e linguistiche che, unite alla impressionante dimensione dei numeri e alla disperazione delle situazioni di partenza, rendono davvero complesso l’impatto coi paesi europei, di destinazione finale o semplicemente di transito. L’Ue non ha mai avuto gli strumenti necessari nemmeno per gestire crisi di rifugiati di minori entità. I paesi membri hanno sempre frenato nel trasferire le competenze in materia di affari interni e di giustizia all’Europa. Intere campagne elettorali sono state imperniate sul trasferimento ai cittadini dell’idea che la sicurezza fosse una questione nazionale. Salvo poi lo scaricabarile su Bruxelles, nel quale la maggior parte dei leader europei primeggia!

Lo stesso ragionamento fatto per la gestione della crisi dei rifugiati vale per la sicurezza dei cittadini, scossi dalla drammatica sequenza di attentati che hanno insanguinato il territorio europeo in Francia, Belgio e Danimarca, negli ultimi due anni. Poche e comunque poco operative le iniziative comuni di contrasto al fenomeno terroristico, tante e aspre le polemiche nazionali contro una Bruxelles descritta come inefficace. Priva di poteri ed inefficace, contraddizione impressionante.

Dunque, i temi che non sono “economia” diventano centrali: lo scontro politico si è sempre concentrato su chi dovesse essere il Commissario Ue agli affari monetari, alla concorrenza o al mercato interno; affari interni e giustizia, ieri secondarie nella gerarchia comunitaria, sono diventate le materie sulle quali si concentra l’attenzione delle opinioni pubbliche, cascano o sopravvivono governi, si vincono o si perdono elezioni.

Basti vedere il corto circuito al quale si è assistito in Gran Bretagna. Un paese non toccato dalla crisi dei rifugiati, ma attento a un fenomeno completamente diverso, quello della libera circolazione nel proprio territorio dei lavoratori comunitari, sviluppa un dibattito nei mesi precedenti al 23 giugno con la questione migratoria al centro della campagna referendaria. Sull’immigrazione, si è deciso il destino dell’appartenenza della Gran Bretagna all’Unione Europea.

Il collegamento allo stato di profonda crisi che vivono le democrazie occidentali viene spontaneo: la democrazia rappresentativa è in crisi e il referendum sul Brexit ha costituito l’occasione per contrapporre ai parlamentari il popolo. I primi favorevoli per i due/terzi a rimanere nella Unione Europea e il secondo contrario. Il dopo referendum ha quindi aperto, come era facilmente intuibile, un vaso di Pandora: è facile fare un collegamento con quanto accade contemporaneamente negli Usa, con l’emergere degli outsider Trump e Sanders e il conseguente effetto di spaesamento.

Il post Brexit è stato negativo anche per la reazione degli europei continentali: divisione all’inizio e atteggiamento inerziale nella fase successiva. Come se si potesse gestire col “business as usual” un evento di portata storica.

Ora ci avviciniamo al Vertice di Bratislava del 16 settembre a “fari spenti nella notte”. Come se ci si potesse permettere di terminare quell’incontro con una delle solite conclusioni piene di “The European Council welcomes…” o “The European Leaders encourage..”. La verità è che di una revisione profonda del processo di integrazione europea vi era bisogno anche se il Brexit non ci fosse stato. Benché si tratti della peggiore delle decisioni che i britannici potessero prendere per loro stessi e per tutti noi, Brexit forse può aiutare l’UE a prendere coscienza dell’impossibile “business as usual”. Mai sprecare una crisi…

La reazione deve separare nettamente “divorzio” e “nuovo inizio”. Il cuore dell’impegno dei 27, e dei 19 in particolare, deve essere il “nuovo inizio”, che non va condizionato alla gestione del “divorzio”, complesso e faticoso, da gestire dunque con professionalità, senza alcuna passione, senza farne il cuore della questione.

Sul “nuovo inizio” deve invece esserci tutto l’investimento politico ed emotivo possibile, a partire dall’Euro, da completare con le iniziative che lo mettano in condizione da garantire ai cittadini prosperità e benessere.

I leader europei devono avere l’obiettivo di un’Unione in grado di proteggere i propri cittadini, sia dal punto di vista economico e sociale che da quello della sicurezza: il punto di rottura nelle nostre società sta nel fossato che divide perdenti e vincenti della globalizzazione. Prima della grande crisi, i vincenti erano di tanti e si è data l’idea – sbagliando – che l’Europa fosse soprattutto per loro, derubricando gli altri a sfortunati effetti collaterali. La grande crisi ha rovesciato questo dato e le paure stanno prevalendo: i tanti che non sono riusciti a salire sul treno dei vantaggi della globalizzazione vogliono tornare ai good old times, alcuni partiti hanno amplificato le loro paure, in Gran Bretagna hanno prodotto il più clamoroso dei ritorni indietro, il Brexit.

Tornare ai good old times è pura illusione! È il mondo che è cambiato. Quando Uk è entrata nella Cee, la Cina era l’1% dell’economia mondiale, ora si avvia a diventarne un quinto, quanto l’Europa tutta intera. Ma se il ritorno alle certezze del passato è illusorio, altrettanto sbagliato è passare sopra i guasti di questi tempi senza vedere la crescita delle disuguaglianze nelle nostre società.

L’Europa non può essere solo per i vincenti della globalizzazione, tanti o pochi. L’UE deve proteggere i suoi cittadini, tutti, deve ridare calore in un tempo in cui le incertezze e le crisi hanno sostituito la percezione di un inarrestabile progresso, portatore di vantaggi individuali per ognuno, così come deve reagire in modo efficace e convincente alle attuali, drammatiche sfide di sicurezza. A partire dalla nascita di una vera “EuroFBI” fino alla costituzione del Corpo Europeo di polizia frontaliera. Strumenti concreti per obbiettivi che i cittadini vivono come centrali per le loro vite.

È il momento della Politica. Perché i cittadini chiedono certezze, vogliono sicurezza e protezione. E la politica, così in crisi per altri versi, ha qui, nella Vecchia Europa, un’occasione unica e irripetibile per rigenerarsi. Non può sprecarla!

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