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EAST WEST – SuperMario!

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L’Ue è sempre più superMario-dipendente.

L’obiettivo politicamente più rilevante raggiunto negli ultimi 3 anni dal processo di integrazione europea è aver fuso il ruolo di Presidente della Banca centrale con quello di ministro unico dell’Economia. Non formalmente, ma nei fatti.

Quando il 1 novembre del 2011, un Italiano si insediò nell’Eurotorre di Francoforte, un brivido di incertezza percorse le Cancellerie europee: nessuno aveva chiaro se l’Italiano avrebbe pedissequamente assecondato i voleri di Berlino o piuttosto mostrato la corda dell’incompetenza, spesso attribuita ingiustamente dagli opinionisti del nord Europa ai Responsabili istituzionali dello Stivale.

Questi dubbi potevano però pervadere solo chi non conosceva Mario Draghi, come invece è capitato a me nel 2000, quando – in quanto rappresentante del Ministero del Commercio estero nel Consiglio Sace – mi ritrovai in vari CdA gestiti dall’allora Direttore generale del Tesoro. Ebbene, tuttora conservo il ricordo di meeting amministrati con il massimo della competenza ed autorevolezza, che valutavo misurando il rapporto tempo impiegato/risultati finali. Incontri di un’ora, senza sbavature, che si concludevano con decisioni sempre ineccepibili. Lo stesso non accadeva quando il Presidente Draghi era sostituito per assenza giustificata da suoi colleghi Direttori generali: la durata delle riunioni raddoppiava se non triplicava e molte questioni spinose non trovavano una soluzione definitiva…

In effetti, fedele alla sua autorevolezza e alla sua reputazione, Draghi debuttò nel Consiglio direttivo Bce (Banca centrale europea) con una decisione storica e da nessuno prevista: giù i tassi dello 0,25%, malgrado l’inflazione superasse all’epoca il 3% su base annua, soglia ben superiore all’obiettivo Bce. Completa inversione di rotta, quindi, dell’Eurotorre rispetto alle manovre rialziste che l’istituzione aveva portato avanti fino al luglio 2011. E a buona ragione, come i risultati poi hanno dimostrato! E con il benestare dei Tedeschi, a dimostrazione della statura politica del personaggio…

Saltiamo dalla prima all’ultima delle sue geniali iniziative: il 22 gennaio scorso, ha annunciato che Francoforte si sarebbe apprestata ad avviare il Quantitative Easing (Qe o “facilitazione quantitativa”): ovvero lo strumento non convenzionale con cui la Bce, non potendo più servirsi dell’arma dei tassi di interesse, ormai prossimi allo zero, punta a rilanciare l’economia attraverso l’acquisto di titoli di Stato (e di altre obbligazioni), che riducono il costo del denaro e incentivano prestiti e investimenti. La cifra complessiva del piano di acquisto di titoli (circa il 12% del Pil europeo) ammonta a 1.140 miliardi di euro suddivisi in 60 miliardi di acquisti mensili a partire da marzo 2015 fino almeno a settembre 2016. La Bce si è presa infatti l’impegno a proseguire il piano di acquisti fino a quando il tasso di inflazione nell’eurozona non si sarà rialzato all’obiettivo originario del 2%. La mira principale del piano infatti non è la riduzione degli spread sul debito pubblico (per questo era stato lanciato quasi 3 anni fa l’Outright Monetary Transactions Programme o “Programma di operazioni monetarie definitive”), ma far uscire l’eurozona dal rischio deflazione, fornendo un sostegno alla domanda aggregata. Dall’utilizzo di questo strumento non convenzionale di politica monetaria (un modo complicato per dire che l’Europa sta finalmente facendo politica economica accentrata!), infatti, potrà arrivare, anzi arriverà senz’altro una ripresa più rapida e decisa.

Il Qe, inoltre, determinando un rialzo dei prezzi dei titoli pubblici, dovrebbe spingere gli investitori a rinunciare a questi titoli e a smistare i soldi altrove, vendendo euro per comprare altre valute. Questo produce un deprezzamento dell’euro (il tasso di cambio dollaro/euro dovrebbe scendere su valori prossimi a 1,0 dollaro per euro nel corso del 2015), che avrà come effetto la crescita delle esportazioni, dunque un aumento della produzione e di conseguenza dell’occupazione, più in generale una crescita maggiore del previsto: nel 2015 1,5%, nel 2016 1,9% e nel 2017 2,1%, secondo stime della stessa Bce.

Il fatto che la Bce stia riuscendo con successo a stimolare processi virtuosi di crescita dimostra che, quando le politiche europee sono affidate ad un’istituzione indipendente e sovranazionale, l’Europa è in grado di offrire risposte forti ed efficaci per tutti.

Draghi in questi anni ha fatto tutto il necessario (forse anche oltre il suo mandato) per salvare l’integrità dell’Unione monetaria e spingere i mercati europei verso una ineluttabile integrazione. Prima dell’appena descritto Quantitative Easing, merita di essere ricordato l’ormai famosissimo discorso di Londra del luglio 2012 (il celebre Whatever it takes del programma OMT): “La Bce è pronta a salvaguardare l’euro con ogni mezzo; e, credetemi, sarà sufficiente!”. Il solo annuncio dell’intenzione di intervenire con qualsiasi mezzo, senza che la Bce spendesse un solo euro, è bastato a ridurre drasticamente gli spread sovrani dell’eurozona. E hai bisogno di una faccia rassicurante come quella di Draghi per ottenere risultati così decisivi…

Ma la risoluzione dei problemi dell’eurozona non può essere affidata solo al Presidente della Bce e alle sue politiche monetarie non convenzionali, per quanto queste siano giustificate da circostanze eccezionali. Serve un disegno politico di più ampio respiro, che preveda una maggiore integrazione fiscale europea, da domani.

Serve la politica, bellezza! 

 

 

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